I Princìpi generali dell’ordinamento

I Princìpi generali dell’ordinamento

 I princìpi non splendono di luce propria, la loro luce essendo quella dei mille e mille casi della vita quotidiana (G. Miele)

Ai princìpi generali dell’ordinamento si ricorre, in ultima istanza, per decidere di una controversia che non può essere decisa in base ad una specifica disposizione o con disposizioni che regolano casi simili o materie analoghe (art. 12 preleggi): questa loro funzionalità evidenzia quindi la capacità di essere veicolo primario di comprensione dell’intero sistema, risultando così idonei a disvelarne le principali direttrici strutturali.

Fa riflettere in argomento l’introduzione al tema di chi osserva che Il termine «princìpi» ha due significati originari: a) di princìpi elementari introduttivi all’apprendimento di un particolare sapere; b) di norme o valori etico-giuridici o di leggi scientifiche di portata universale o generale. E’ in questa seconda accezione che il termine è impiegato. Con l’importante avvertenza che per il giurista i princìpi sono non un dato a priori, ma il risultato di una ricognizione analitica di significati finalistici cui più norme o insiemi o sistemi di norme cospirano o s’inspirano.

E’ giusto dire pertanto che i princìpi sono frutto di operazioni intellettuali della scienza giuridica e della giurisprudenza, cioè della interpretazione del diritto commessa ai giudici non prioritariamente o necessariamente del legislatore. (Casavola F.P., I princìpi supremi nella giurisprudenza della Corte Costituzionale).

Va quindi sottolineato che la identificazione dei princìpi ordinamentali è attività interpretativa fortemente orientata dalla giurisprudenza.

Princìpi generali dell’ordinamento e Costituzione

Il tema dei princìpi generali dell’ordinamento giuridico presenta aspetti correlati strettamente alle tematiche costituzionali.

La dottrina (Modugno F., Princìpi generali dell’ordinamento) si pone innanzitutto il problema di accertare se vi siano e quali siano i princìpi generali dell’ordinamento non dotati di copertura costituzionale, in quanto cioè non espressi direttamente dalla Costituzione.

Princìpi espliciti e princìpi impliciti nella Costituzione

Si pone così la dicotomia princìpi espliciti e princìpi impliciti nella Costituzione: esplicito è, ad es., il principio di uguaglianza (art. 3), mentre implicito è quello di ragionevolezza delle leggi (nello stesso art. 3).

E’ possibile infatti individuare i princìpi generali sia muovendo da un singolo enunciato normativo –ed allora il principio è espresso– sia muovendo da più enunciati o dal complesso dell’ordinamento: in questa ipotesi il principio è implicito.

La predetta dottrina nega però che i princìpi costituzionali, esauriscano il campo dei princìpi generali: “nulla vieta” –si osserva– che princìpi generali dell’ordinamento si rinvengano in ambienti esterni alla Costituzione formale, pur se si sottolinea “la tendenziale attrazione di essi nell’ambito della rilevanza costituzionale” (Modugno F., cit.).

Princìpi generali dell’ordinamento e legislazione ordinaria (prescindendo dalla Costituzione)

I princìpi generali, indipendentemente dalla loro «copertura» costituzionale, sono rinvenibili, in primo luogo, nell’ambito della legislazione ordinaria in quanto normazione primaria; basta qui il richiamo all’art. 1 della L. 241/1990 ove afferma: “1. L‘attività amministrativa persegue i fini determinati dalla legge ed è retta da criteri di economicità, di efficacia, di imparzialità, di pubblicità e di trasparenza secondo le modalità previste dalla presente legge e dalle altre disposizioni che disciplinano singoli procedimenti, nonché dai princìpi dell’ordinamento comunitario”.

Pari interesse riveste, sotto questo profilo, l’art. 3 (“Princìpi generali”) del Dlgs 150/2009 in tema di lavoro presso la p.A. ove si sancisce: “1. La misurazione e la valutazione della performance sono volte al miglioramento della qualita’ dei servizi offerti dalle amministrazioni pubbliche, nonche’ alla crescita delle competenze professionali, attraverso la valorizzazione del merito e l’erogazione dei premi per i risultati perseguiti dai singoli e dalle unita’ organizzative in un quadro di pari opportunita’ di diritti e doveri, trasparenza dei risultati delle amministrazioni pubbliche e delle risorse impiegate per il loro perseguimento”.

Va ancora precisato che i princìpi generali dell’ordinamento sono riferiti all’ordinamento giuridico dello Stato (art. 12 disp. prel.) e quindi all’ordinamento giuridico nel suo complesso.

I princìpi generali non dotati di «copertura» costituzionale

La dottrina (Modugno) esamina innanzitutto i princìpi, già richiamati, che “si reputano comunemente non dotati di «copertura» costituzionale”: se si interpreta bene il pensiero dell’autore, si tratta di princìpi che hanno la sola caratteristica formale di non essere espressamente enunciati in Costituzione (ciò non elide quindi il loro valore di principio: Modugno riferisce della sostanziale omogeneità dei princìpi espressi e impliciti).

Il principio di legalità

Per la dottrina, il principio di legalità “assume una valenza universale, in quanto è su di esso che si impernia tutto il sistema ordinamentale amministrativo”.

Infatti, la legge, gli atti ad essa equiparati, e, in via mediata, quelli di normazione secondaria, determinano la costituzione, modificazione ed estinzione degli enti ed organi; attribuiscono agli stessi la cura degli interessi pubblici, ripartendola secondo criteri di competenza variamente prefigurati (cd. rilevanza esterna della competenza) e disciplinano l’attività di traduzione in atti delle funzioni svolte dagli stessi organi ed enti, ponendo una serie di limiti puntuali alla sua esplicazione, oltre quello teleologico del perseguimento del fine pubblico.

Principio di legalità e tipicità degli atti amministrativi

Per Sandulli (Sandulli A.M.) il principio in esame sta ad indicare il primato della legge, e cioè la soggezione dell’azione degli organi amministrativi (e giurisdizionali) alle leggi (oltre che alla Costituzione). Più specificamente, il principio di legalità –nota l’autore– comporta che, fuori dei diritti e poteri comuni agli altri soggetti giuridici, nessuna posizione di potere, di preminenza o di favore spetta alla pubblica amministrazione se non gliela conferisca una legge (attribuzione possibile solo quando non vi ostino regole costituzionali, e segnatamente regole che riservino certe materie ad altri Poteri dello Stato, e quindi, tra l’altro, le regole istitutive di «riserve di legge». Dunque, tra l’altro, salvo che risulti altrimenti da leggi o da regole tradizionali, gli enti pubblici non dispongono di altre potestà pubbliche se non di quelle che una legge attribuisca ad essi specificatamente. Inoltre dei propri diritti e poteri (anche pubblici) l’Amministrazione non può fare uso in modi privilegiati – e cioè con modalità avvantaggiate rispetto a quelle proprie degli altri soggetti -, salvo che la legge espressamente o implicitamente lo consenta.

Una delle implicazioni del principio è che i provvedimenti amministrativi sono tipici e nominati. Un’altra è che l’esecutorietà dei provvedimenti stessi non può esser considerata espressione di una regola (così come, del resto, in generale la possibilità della esecuzione amministrativa coattiva).

La dottrina: Modugno: rilievo del principio di legalità

La migliore dottrina segnala come quello di legalità è un principio pubblicistico che riceve da norme e princìpi costituzionali “l’impulso per un maggior sviluppo e potenziamento, conformemente alla sua natura di principio”.

Per un verso, infatti, il principio di legalità, caratteristico dello Stato di diritto, dall’area del fondamento e della limitazione dei pubblici poteri nella (e a opera della) legislazione “è passato ad investire anche quest’ultima e in genere le manifestazioni dei supremi poteri politici, nel senso che anche la legge e gli atti politici debbono essere fondati nella Costituzione, mantenersi nella competenza ad essi assegnata e non esprimersi in disformità da quanto in essa stabilito. Il principio di legalità investe in tal modo l’area della legislazione e dei rapporti tra i poteri statali e gli enti costituzionali”.

Per un altro verso, il principio di legalità è alla base delle numerose riserve relative di legge di cui “pullula” la Costituzione (come esigenza di disciplina di principio delle materie che sono oggetto dell’azione discrezionale dei pubblici poteri, in modo sufficiente a circoscriverne la discrezionalità).

Trattasi di un principio inespresso che, secondo la Corte Costituzionale, “in tutta la sua virtualità è principio generale, ma non costituzionalizzato”.

In ogni caso -nota ancora la dottrina (Modugno)- il principio di legalità “risulta potenziato dalla Costituzione e parzialmente tradotto in norme costituzionali specifiche disponenti riserve di legge, per cui è comunque empiricamente difficile individuare quelle, tra le sue virtualità immanenti, che sono rimaste fuori dal processo di costituzionalizzazione”.

Il principio di legalità e la colpevolezza

Vi è ancora un importantissimo collegamento che si pone, quale corollario del principio di legalità.

Come è stato osservato (Marinucci), i princìpi di legalità e di irretroattività impongono al legislatore, a garanzia dei cittadini – di includere tra i presupposti dell’applicazione della pena, la colpevolezza dell’agente.

Secondo l’insegnamento della Corte Costituzionale, i princìpi di legalità e di irretroattività delle norme penali incriminatrici «evidenziano che il legislatore costituzionale intende garantire ai cittadini la sicurezza giuridica di libere scelte di azione». A questo fine non è però sufficiente che la costituzione riservi alla sola legge l’emanazione delle norme penali, imponga al legislatore di formulare i divieti e i comandi in modo chiaro e preciso e precluda l’applicazione retroattiva delle norme incriminatrici: è altresì necessario garantire che al cittadino non verrà accollata alcuna responsabilità penale per i fatti a lui non rimproverabili.

La libertà d’azione del cittadino viene infatti rispettata solo se ciò che gli viene addossato è un fatto preveduto e voluto, o almeno evitabile con la dovuta diligenza, e solo se egli conosceva o almeno poteva conoscere la norma penale che ha violato. In questo senso, come ha detto benissimo la Corte Costituzionale il «principio di colpevolezza costituisce il secondo aspetto del principio garantistico di legalità vigente in ogni Stato di diritto» (Corte Cost. 24 marzo 1988 n. 364).

La dottrina: Contento: principio di legalità e legge penale

Più in generale, si descrive il rapporto fra legge penale e principio di legalità nei seguenti termini: Non può essere posto in dubbio che il principio di legalità accolto dalla nostra Costituzione, sulla scia della tradizione culturale di tutta la scienza giuridica penale italiana, sia sempre stato inteso (e lo è tuttora) non nel semplice significato di «riserva di legge» in senso formale, ma anche, e, forse, si può dire, innanzi tutto, nel suo significato di riserva di legge in senso sostanziale. Il contenuto, dunque, delle norme penali, deve essere scelto e deciso dal solo legislatore (e non da altri poteri) perché solo la legge, in un sistema democratico, può costituire l’espressione della sintesi, politicamente equilibrata, della complessità degli interessi e delle varie esigenze di tutela dei singoli e della collettività (Contento G., Principio di legalità e diritto penale giurisprudenziale).

Principio di proporzionalità

Per quanto attiene al principio di proporzionalità, si osserva che esso è inteso quale “controllo sull’adeguatezza del mezzo allo scopo e proporzione e bilanciamento degli interessi in conflitto”.

Il principio di proporzionalità non si rinviene esplicitamente affermato nella Costituzione italiana: tuttavia esso risulta inscritto (Bozzi) nel nostro ordinamento quale principio fondamentale, attraverso una coordinata lettura degli artt. 97, I comma, 24, I comma , 103, I comma, 113, I e II comma della Costituzione.

Il principio è rintracciato in quelle pronunce del giudice amministrativo ove è censurato il mancato rispetto della necessaria proporzione fra scopi perseguiti dal provvedimento e concreta estensione degli effetti di quest’ultimo. Così è stato dichiarato illegittimo il provvedimento di vincolo indiretto di interesse storico – artistico, che non rispettava “la necessaria proporzione tra terreni vincolati e scopi perseguiti dal provvedimento di imposizione del vincolo” (cfr., CdS VI sez. 26 settembre 1991 n. 596).

Sembra potersi affermare che il principio di proporzionalità esprima la legalità sostanziale.

L’azione dei pubblici poteri deve rispettare la legge ma anche attuarla in modo, appunto, proporzionale.

Atteso che la proporzionalità rispecchia la ponderazione effettuata dalla p.A. in sede discrezionale, si può affermare che v’è un preciso nesso fra discrezionalità e interesse legittimo.

Afferma la giurisprudenza (Consiglio di Stato, sez. VI, 27 giugno 2007, n. 3704):

Il principio i proporzionalità si articola in tre distinti profili:

a) idoneità – rapporto tra il mezzo adoperato e l’obiettivo perseguito. In virtù di tale parametro l’esercizio del potere è legittimo solo se la soluzione adottata consenta di raggiungere l’obiettivo;

b) necessarietà – assenza di qualsiasi altro mezzo idoneo ma tale da incidere in misura minore sulla sfera del singolo In virtù di tale parametro la scelta tra tutti i mezzi astrattamente idonei deve cadere su quella che comporti il minor sacrificio;

c) adeguatezza – tollerabilità della restrizione che comporta per il privato. In virtù di tale parametro l’esercizio del potere, pur idoneo e necessario, è legittimo solo se rispecchia una ponderazione armonizzata e bilanciata degli interessi, in caso contrario la scelta va rimessa in discussione. 

L’analisi della giurisprudenza che segue sembra rispecchiare tale ordine di ragioni.

CdS AP 14/1999: il principio di proporzionalità

Sul rilievo del principio di proporzionalità si è espressa infatti (già in tempo risalente) l’Adunanza Plenaria nella decisione del 5 settembre 1999 n. 14 nella quale è stata risolta la problematica relativa alla necessità o meno della comunicazione nell’avvio del procedimento nell’ambito della procedura espropriativa.

La Plenaria, dopo aver osservato che il regime del procedimento di pubblica utilità ha sempre oscillato tra i due poli contrapposti delle garanzie e delle celerità, ha riferito i princìpi e le forme della partecipazione procedimentale alla dichiarazione di pubblica utilità. Non ha mancato di richiamare il principio di proporzionalità, osservando: Se la destinazione urbanistica dell’area questione è già definita in sede di pianificazione urbanistica, il progetto dell’opera pubblica, che nel suo fieri è preliminare e poi definitivo prima di divenire esecutivo e la sua localizzazione di dettaglio sono altrettanti oggetti di potere amministrativo sui quali il contraddittorio degli interessati può apportare elementi di valutazione non marginali ai fini della proporzionalità e del buon andamento dell’azione amministrativa, specialmente ove esistano situazioni di interesse qualificato nelle quali una determinata ma non ineluttabile compressione del diritto di proprietà può implicare un sacrificio sproporzionato all’interesse pubblico.

Il c.d. gradualismo sanzionatorio

Con riguardo all’applicazione del principio di proporzionalità dell’azione amministrativa, sul piano disciplinare, che si esprime col c.d. gradualismo sanzionatorio, si afferma che il giudice amministrativo non possa sostituire la propria valutazione a quella dell’amministrazione procedente, salvi i casi di abnormità: Cons. Stato, sez. IV, 18 dicembre 2006, n. 7614.

Ma è tutta la materia disciplinare che è orientata nella applicazione di tale principio: La sentenza penale, che accerta la sussistenza di determinati fatti, ha efficacia nel giudizio disciplinare che si fondi sui fatti medesimi. Conseguentemente l’amministrazione, nel procedere disciplinarmente, non può operare una ricostruzione dei fatti che si ponga in termini diversi da quella accertata dal giudicato penale. Peraltro, non risulta violato il principio di proporzionalità, per l’avvenuta irrogazione della massima sanzione disciplinare, costituita dalla perdita del grado quando il procedimento disciplinare prende origine da una condanna in sede penale per i delitti di falso materiale e di calunnia nei confronti di superiori: Consiglio Stato, sez. IV, 6 novembre 2009, n. 6938.

Per il principio della graduazione delle sanzioni e tenuto conto delle regole riguardanti la recidiva (per le quali i fatti acquistano una maggiore gravità, in quanto commessi dal dipendente già incorso in una precedente sanzione), l’Amministrazione non può considerare automaticamente giustificata l’estinzione del rapporto di lavoro per il solo fatto che il dipendente abbia commesso per la prima volta un reato doloso. Se tale dovesse essere il metro costante di valutazione, qualsiasi reato commesso dal dipendente giustificherebbe la misura estintiva, ma tale criterio da un lato non trova riscontro nella prassi e dall’altro si pone in chiaro contrasto col principio di proporzionalità: Consiglio Stato, sez. IV, 16 ottobre 2009, n. 6353.

Si susseguono dunque ormai numerose le affermazioni espressive della regola proporzionale, con riferimento all’attività, in generale, discrezionale della p.A.: ex pluris, “le misure, secondo i principî di ragionevolezza e proporzionalità del sacrificio imposto, devono essere idonee a garantire il perseguimento dello scopo perseguito e non andare oltre quanto è necessario per il suo perseguimento (Corte Giust. 30 novembre 1995, causa C-55/94 e 12 ottobre 2004, causa C-60/03)”: CdS sezione IV; dec. 1 marzo 2006, n. 928.

Nel criterio di aggiudicazione di un appalto secondo l’offerta economicamente più vantaggiosa si tiene conto di una pluralità di elementi, anche qualitativi, e non solo del prezzo, spettando all’Amministrazione appaltante, a seconda della peculiarità specifiche dell’appalto, e dunque dell’importanza che nel caso concreto ha il fattore prezzo (prestazione particolarmente semplice) o l’elemento qualità (prestazione particolarmente complessa), dare il peso relativo a ciascun elemento; inoltre la scelta da parte dell’Amministrazione dei criteri di valutazione dell’offerta economicamente più vantaggiosa, pur essendo connotata da ampia discrezionalità, deve avvenire nel rispetto dei principi di proporzionalità, ragionevolezza e non discriminazione, dovendo in ogni caso i singoli criteri essere riferiti direttamente ed esclusivamente alle prestazioni che formano oggetto specifico dell’appalto ed essere pertinenti alla natura, all’oggetto ed al contenuto del contratto:Consiglio Stato, sez. V, 19 novembre 2009, n. 7259.

Principio della responsabilità per danno o responsabilità extracontrattuale

Un principio generale –secondo Modugno– sarebbe costituito dalla previsione di una sanzione risarcitoria come conseguenza della lesione di una qualsiasi situazione giuridica soggettiva.

Prima facie, tale è –per Modugno– il principio della responsabilità per danno o responsabilità extracontrattuale, di cui l’art. 2043 C.C. rappresenta l’enunciazione espressa del suo cardine.

Principio di responsabilità e princìpi costituzionali

La potenzialità espansiva del principio generale della responsabilità si rileva appieno se lo si intende alla luce delle norme e dei princìpi costituzionali.

La Corte Cost. (sent. 184/1986) ha nel tempo infatti osservato che se “l’art. 2043 C.C. correlato ad articoli che garantiscono beni patrimoniali, non può che essere letto come tendente a disporre il solo risarcimento dei danni patrimoniali (in senso stretto)… la vigente Costituzione, garantendo principalmente valori personali, svela che l’art. 2043 C.C. va posto soprattutto in correlazione agli articoli della Carta fondamentale (che tutelano i predetti valori) e che, pertanto, va letto in modo idealmente idoneo a compensare il sacrificio che gli stessi valori subiscono a causa dell’illecito”.

Un principio dunque di origine schiettamente privatistica – che riceve applicazioni e limitazioni in disposizioni di legge ordinaria – si salda in tal modo con disposizioni (e con princìpi) costituzionali, realizzandosi ancor più pienamente come principio, nell’attuazione della sua virtualità immanente.

L’articolo 2043 C.C. e il principio dell’intangibilità dei patrimoni

Soffermandosi sulla tematica della risarcibilità del danno da lesione di interessi legittimi, la dottrina (Abbamonte G. e Laschena R.) rileva che la formula attuale dell’art. 2043 C.C. sembra dare “congruo fondamento” al principio dell’intangibilità dei patrimoni.

Notano gli autori: Sul piano del diritto scritto deve osservarsi anzitutto che l’art. 2043 cc prevede il risarcimento per il danno ingiusto, proveniente da fatto doloso o colposo e pure essendo patrimonio della dottrina tradizionale la configurazione dell’illecito produttivo di danno come lesione di diritto bisogna pur prendere atto che si tratta di concetti formatisi quando i rapporti tra Stato e cittadino venivano configurati come di pura sovraordinazione.

Sembra, invece, che la formula dell’art. 2043 per cui qualunque fatto doloso o colposo produttivo di danno ingiusto obblighi l’autore del fatto al risarcimento dia congruo fondamento al principio dell’intangibilità dei patrimoni, che non possono risultare diminuiti per un fatto che, secondo l’ordinamento sia qualificabile come doloso o colposo; ma c’è di più perchè, a proposito della responsabilità dei padroni e dei committenti – che è l’ipotesi più vicina alla responsabilità che può derivare dall’esercizio delle funzioni pubbliche, ne è sancita la responsabilità per il fatto illecito dei dipendenti nell’esercizio delle incombenze cui sono addetti (art. 2049).

A latere, si ricorda che la tematica della risarcibilità dell’interesse legittimo ha trovato un suo punto fondante proprio nella rilettura dell’art. 2043 C.C. ad opera della sentenza della Cassazione sez. Un. Civ., 500/1999: da ultimo, dalla lex n. 205/2000.

Principio di irretroattività della legge

L’irretroattività della legge è un principio espresso nell’art. 11 disp. prel e riceve “una parziale costituzionalizzazione” per ciò che concerne la previsione dei reati e la determinazione delle pene (art. 25 cpv. Cost.).

Il principio di irretroattività delle leggi penali è considerato un “corollario” dello stesso principio di legalità.

Principio cronologico

Il principio cronologico anche se non espressamente enunciato in Costituzione, riceve indubbia applicazione nell’art. 75 della Carta (che prevede il referendum abrogativo) ed è presupposto dagli artt. 138 e 25, cpv. che prevedono, rispettivamente, la possibilità che con leggi costituzionali successive si revisionino o si modifichino – e quindi si abroghino, totalmente o parzialmente – disposizioni formalmente costituzionali e che il fenomeno della successione delle norme penali operi con il limite dell’efficacia pro futuro.

Principio di unità e totalità dinamica dell’ordinamento

Il principio di unità e totalità dinamica dell’ordinamento è principio “imprescindibile”, di cui sono corollari e specificazioni il principio cronologico, di specialità (lex posterior generalis non derogat legi priori speciali), di adeguazione tra norme incongruenti o disarmoniche, il principio, “problematico”, di adeguatezza di ogni norma alla sua ratio (cessante ratione legis cessat et ipsa lex).

Il principio di unità e totalità dinamica richiede che ad ogni mutamento temporale di parti segua una ricostruzione che garantisca la coerenza del tutto, colmando la lacuna di collisione tra le discrepanti valutazioni legislative “vecchie e nuove”. In questo senso le disposizioni costituzionali disciplinanti l’esercizio della funzione legislativa, «come funzione continuativa e permanente, che di certo trascende ciascuno dei singoli particolari atti con cui viene di volta in volta esplicata», non solo presuppongono e recepiscono il principio cronologico, bensì presuppongono e recepiscono altresì tutti i ricordati corollari del principio della totalità ermeneutica applicato all’ordinamento inteso come una concatenazione produttiva in movimento (Modugno).

Per Betti, (Betti E.) il complesso dell’ordine giuridico è un organismo in perenne movimento, che, immergendosi nel mondo dell’attualità, è capace di auto – integrarsi secondo un disegno di razionale coerenza e in accordo con le mutevoli vicende e le sopravvenienti vitali esigenze della società presente in quanto vi si possano dimostrare rispecchiate.

Principio di competenza e di gerarchia

Nell’ottica dell’ordinamento giuridico come “composizione di parti in sistema” in cui è immanente il principio di totalità, rileva il principio di competenza “che presiede all’attribuzione e alla distribuzione della potestà normativa tra vari soggetti od organi e che può, positivamente, specificarsi nel principio gerarchico” (Modugno): anch’essi costituiscono, pro parte, norme costituzionali e princìpi generali non costituzionalizzati. Per il principio gerarchico basti pensare al combinato disposto degli artt. 134 e 138 Cost., che comporta la sopraordinazione della Costituzione e delle leggi formalmente costituzionali rispetto alle leggi ordinarie e agli atti aventi forza di legge; per il principio di competenza ci si può riferire alla distribuzione della potestà legislativa tra Stato e regioni (artt. 70 e 117 Cost.). (Per una applicazione di tali princìpi, in ambito extra Costituzione, si ricorda la competenza dei contratti di lavoro del pubblico impiego, anche a fronte di singole leggi).

Principio della obbligatorietà delle norme

Implicito in ogni ordinamento positivo, quale principio generale, è quello della obbligatorietà delle norme che lo compongono. Anch’esso è (Modugno: “parzialmente ?”) costituzionalizzato nell’ordinamento vigente all’art. 54 Cost. che prescrive il dovere di osservanza della Costituzione e delle leggi (“dove per leggi dovrebbe intendersi ogni sorta di norme prodotte dalle fonti del diritto oggettivo”).

Principio di logicità

Tutti i princìpi generali dell’ordinamento, nel suo complesso, sono riconducibili (Modugno F., op. cit., 2.4.6.) ad un altro ancora più generale: quello di logicità: “Basterà riflettere sul fatto che essi rappresentano tutti la logica deduzione da un sistema in un certo modo determinato”.

Il principio di continuità

La dottrina (Galateria L., Stipo M.) trae dall’intrinseca razionalità dell’ordinamento giuridico, e quale proiezione dell’art. 97, 1° comma, il principio di continuità, in particolare rapportandolo al procedimento amministrativo.

Esso, infatti, consiste nella necessità dello svolgimento senza soluzione di continuità dell’attività amministrativa la quale, in quanto diretta alla realizzazione dei pubblici interessi, non può consentire ritardi o interruzioni che si rifletterebbero negativamente sul buon andamento della p.A.

Gli articoli 7, 8 e 10 della lex 241/1990 quali princìpi generali dell’ordinamento giuridico

Riprendendo il discorso sulla portata di testo contenente princìpi generali della L. 241/1990, si rileva come ben presto la giurisprudenza amministrativa abbia centralizzato tale potenzialità. Ha notato testualmente il Consiglio di Stato: In particolare, gli articoli 7, 8 e 10, prescrivono l’obbligo dell’amministrazione di dare notizia agli interessati del nominativo del responsabile del procedimento e dell’avviso del procedimento medesimo, mediante comunicazione personale, ciò al fine di assicurare agli stessi il diritto di prendere visione degli atti del procedimento e di partecipare allo stesso, mediante memorie scritte e documenti, che l’amministrazione ha l’obbligo di valutare. Tali prescrizioni pongono un principio generale dell’ordinamento, che – per quanto concerne, l’avviso del procedimento – incontra i soli limiti fissati dallo stesso art. 7: a) la sussistenza di esigenze di celerità del procedimento; b) la adozione di provvedimenti cautelari. L’obbligo di comunicazione del nominativo del responsabile del procedimento e dell’avvio del procedimento ai soggetti interessati si fonda sulla duplice esigenza: – di porre i destinatari  dell’azione amministrativa in grado di far valere i propri diritti di accesso e di partecipazione; – e di consentire all’amministrazione di meglio comparare gli interessi coinvolti ed, in definitiva, meglio perseguire l’interesse pubblico principale, a fronte degli altri interessi, pubblici e privati, eventualmente coinvolti).

Stante il loro carattere procedimentale l’applicazione di tali disposizioni prescinde dal tipo di procedimento avviato, fatti salvi i richiamati limiti, in presenza di esigenze di celerità o di carattere cautelare; pertanto, l’azione amministrativa deve perseguire gli interessi pubblici sempre nell’osservanza delle regole sul procedimento amministrativo (Corte Cost. 24 febbraio 1995 n. 57; CdS VI, 21 agosto 1993 n. 586, TSAP 2 maggio 1995 n. 38): Consiglio di Stato, sez. IV, dec. 25 settembre 1998 n. 1208.

I princìpi espressi della Carta Costituzionale

In presenza di una Costituzione «lunga» e rigida, quale è quella repubblicana, la tematica dei princìpi ha, come già rilevato, indubbiamente, un referente ineludibile nella Carta costituzionale. In altri termini, i princìpi costituzionali sono “generali” per definizione.

I princìpi generali saranno, pertanto, “per lo più rinvenibili” espressamente in Costituzione.

Il principio democratico e quello lavoristico

Bisogna riferirsi innanzitutto a quelli normativizzati nei princìpi fondamentali (artt. 1/12): così il principio democratico (la democraticità è un attributo necessario della forma repubblicana) e quello lavoristico: entrambi sono definitori dell’ordinamento repubblicano e come tali immutabili.

Il principio personalistico

Occorre poi ricordare il principio personalistico, inoltre, atteso il carattere inviolabile dei diritti dell’uomo (art. 2 Cost.): “Il riconoscimento e la connessa garanzia dei diritti inviolabili dell’uomo concretano un principio fondamentale che può denominarsi principio personalistico” (Modugno). Lo stesso autore rileva che i diritti inviolabili sono “altrettanti princìpi supremi del nostro ordinamento costituzionale”: “Il significato del riconoscimento dei diritti inviolabili, unitamente all’attribuzione della sovranità al popolo, sta nella definizione e conformazione dell’ordinamento giuridico come un quid antecedente, anteriore allo Stato e a tutti i pubblici poteri che ad essi si ricolleghino”).

Principio del riconoscimento delle formazioni sociali, principio di uguaglianza e principio partecipazionistico

Vanno ancora segnalati il principio del riconoscimento e della garanzia della dimensione sociale intermedia tra la società generale e l’individuo (riconoscimento delle formazioni sociali ove l’individuo svolge la sua personalità); il principio di uguaglianza e il principio partecipazionistico.

Principio personalistico e dimensioni sociali

Più precisamente, il principio personalistico é affermato con riferimento anche alla ratio del riconoscimento della dimensione sociale dell’individuo: dei diritti dell’uomo nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, ossia dei diritti dell’uomo in quelle formazioni sociali che implicano, in quanto e perché implicano, lo svolgimento della sua personalità.

Principio personalistico e, insieme, principio del riconoscimento e della garanzia, per traslato, della dimensione sociale intermedia (tra la società generale e lo stesso individuo) rendono sia la persona fisica sia le stesse comunità particolari in cui i soggetti si aggruppano e in cui svolgono la propria personalità, entità presupposte della stessa realtà dello Stato, della Repubblica, non fondate su quest’ultima, bensì logicamente e giuridicamente ad essa anteriori.

Trattasi dei princìpi fondamentali, supremi (“ovvero assolutamente caratterizzanti anche per le necessarie reciproche interferenze e per gli echi che gli uni immediatamente suscitano rispetto agli altri”: Modugno). In altri termini, “ I mezzi privilegiati  — libertà ed uguaglianza – per la realizzazione del fine personalistico e del fine democratico, che sono i fini supremi da raggiungere, esprimono a loro volta valori supremi”.

Analiticamente, Modugno osserva: Tutti i princìpi fin qui passati in rassegna possono considerarsi come princìpi fondamentali o supremi perché caratterizzanti assolutamente la forma o la fisionomia del nostro ordinamento nelle sue parti costitutive: i princìpi democratico e lavoristico ne informano rispettivamente gli aspetti strutturali e soggettivi oltre che programmatici: la forma di Stato e il suo fondamento plurisoggettivo. I cittadini sono soggetti che appartengono all’ordinamento e che lavorano (hanno il diritto ed il dovere di lavorare) per concorrere al «progresso materiale e spirituale della società» (art. 4, cpv.). I princìpi personalistico e pluricomunitario (o della dimensione sociale intermedia) hanno essi stessi funzione strutturale e sono rivolti al riconoscimento che il diritto non si identifica con l’aspetto normativo dell’ordinamento statale, che v’ha diritto anche oltre e fuori dello Stato. Il principio di uguaglianza é insieme principio sulla struttura della plurisoggettività e sul programma fondamentale da realizzare. In quanto programma esso si ricollega strettamente al principio personalistico, a quello democratico e a quello lavoristico: l’uguaglianza sostanziale o di fatto, unitamente alla conseguita libertà di fatto, consente la realizzazione del «pieno sviluppo della persona umana» oltre che della «effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione del Paese».

I concetti espressi sono ulteriormente approfonditi osservandosi (Casavola F.P., I princìpi supremi cit.) che L’art. 1, che definisce l’Italia «una Repubblica democratica, fondata sul lavoro», contiene in sé strettamente annodati il principio democratico e il principio lavoristico. Essi insieme esprimono i valori politici e sociali della forma istituzionale repubblicana: sovranità del popolo, esercitata nelle forme e nei limiti della Costituzione, e lavoro come carattere dominante.. della società italiana. Il lavoro, come fu detto in Assemblea costituente è atto altruistico che unisce, là dove la proprietà può generare egoismo e isolamento.

Il principio democratico e lavoristico congiunti propongono un modello di democrazia in cui i cittadini vivono del proprio lavoro e hanno, come è detto nell’art. 4, non solo diritto al lavoro, ma il dovere di lavorare «secondo la propria possibilità e la propria scelta» per concorrere «al progresso materiale o spirituale della società».

Il principio personalistico e del pluralismo sociale e del solidarismo sono invece racchiusi nell’art. 2 che ulteriormente delinea la nostra forma di Stato come quella di una Repubblica che «riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo», ma non nello schema individualistico della tradizione giacobina e liberale, sì invece «sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità», il che consente di riconoscere una pluralità di soggetti, titolari di diritti costituzionali fondamentali, individuali e collettivi, come ad es. la famiglia, la scuola, le confessioni religiose, le minoranze linguistiche, ecc. E quel che conta di più, rispetto alle eredità del costituzionalismo classico, è che la nostra forma di Stato richiede «l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

L’art. 3 enuncia al 1° comma il principio di eguaglianza davanti alla legge e al 2° comma quello di una forma di Stato che tenda a realizzare nell’ordine economico e sociale quella eguaglianza che consente a tutti «il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese».

Il principio di eguaglianza non si riduce soltanto a togliere rilevanza discriminatoria o di privilegio al sesso, alla razza, alla lingua, alla religione, alle opinioni politiche, alle condizioni personali e sociali, ma tende a promuovere lo sviluppo della persona e la partecipazione democratica dei lavoratori. Ancora una volta questo principio si coniuga con gli altri, con il principio personal-comunitaristico, con quello solidaristico, con quello democratico e lavoristico.

Principio di unità –  indivisibilità della Repubblica

Principio supremo di struttura è anche quello dialettico di cui all’art. 5 in cui la Repubblica è definita una ed indivisibile, ma ciò non esclude anzi implica il riconoscimento delle autonomie locali ed il più ampio decentramento amministrativo (princìpi dell’unità – indivisibilità; dell’autonomia locale e del decentramento dell’ordinamento statale).

Il decentramento

Il decentramento ha ricevuto iniziale, sostanziale impulso con la legge 59/1997 (art. 1, 2°comma). Nell’osservanza del principio di sussidiarietà, infatti, è previsto che (Tranne le esclusioni specificamente indicate dal terzo comma dell’art. 1°) “Sono conferite alle regioni e agli enti locali.. tutte le funzioni ed i compiti amministrativi relativi alla cura degli interessi e alla promozione dello sviluppo delle rispettive comunità, nonché tutte le funzioni e i compiti amministrativi localizzabili nei rispettivi territori in atto esercitati da qualunque organo o amministrazione dello Stato, centrali o periferici, ovvero tramite enti o altri soggetti pubblici”.

Si ricorda che il principio di sussidiarietà è di matrice comunitaria. Afferma l’art. 3B del Trattato di Maastricht che “nelle materie che non rientrano nella propria competenza esclusiva, la Comunità potrà intervenire, alla stregua del principio di sussidiarietà, soltanto e nella misura in cui gli obiettivi prefissati non possano essere conseguiti in modo soddisfacente dagli Stati membri e possano, pertanto, in ragione dell’ambito o degli effetti degli obiettivi medesimi, essere meglio conseguiti dalla Comunità”. L’art. 4, comma 3 della legge 59/1997 riprende il temae dopoaver previsto che nelle materie di cui all’art. 117 della Costituzione, le regioni, in conformità dei singoli ordinamenti regionali, conferiscono alle province, ai comuni e agli altri enti locali tutte le funzioni che non richiedono l’unitario esercizio a livello regionale, afferma che i conferimenti di tali funzioni avvengono, in primis, sulla base del principio di sussidiarietà “con l’attribuzione della generalità dei compiti e delle funzioni amministrative ai comuni, alle province e alle comunità montane, secondo le rispettive dimensioni territoriali, associative e organizzative, con l’esclusione delle sole funzioni incompatibili con le dimensioni medesime, attribuendo le responsabilità pubbliche anche al fine di favorire l’assolvimento di funzioni e di compiti di rilevanza sociale da parte delle famiglie, associazioni e comunità, alle autorità territorialmente e funzionalmente più vicina ai cittadini interessati”.

Si veda sul punto la legge costituzionale n. 3 del 18 ottobre 2001 che riscrive l’art. 114 Cost. stabilendo, al primo comma, che La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato.

Principio della tutela delle minoranze linguistiche

Principio strutturale dell’ordinamento è altresì quello di tutela delle minoranze linguistiche (art. 6) che “consente una deroga ad una struttura uniforme delle autonomie locali quale potrebbe desumersi dal combinato disposto degli artt. 114 e 3 Cost.”.

Non si tratterebbe (Modugno) però di un principio supremo, quanto piuttosto di un principio che vale a qualificare particolari forme di autonomia e decentramento in deroga al principio supremo di uguaglianza e di uguaglianza nella diversità (autonomia).

Si ricorda che la Corte Cost. n. 15/1996 ha affermato che la tutela delle minoranze linguistiche è uno dei princìpi fondamentali del vigente ordinamento.

Il principio concordatario o pattizio

Dall’art. 7 della Costituzione si ricava non solo l’indipendenza dell’ordinamento canonico, ma altresì il principio concordatario o pattizio che deve regolare l’ordinamento predetto e quello statale.

Il principio concordatario è confermato da quello della pluralità ed uguaglianza delle confessioni religiose (art. 8) che pone un principio supremo di uguale libertà di tutte le confessioni religiose (principio che si correla al diritto di libertà religiosa: art. 19).

I princìpi di cui agli articoli 9, 10 e 11 Costituzione

Vanno ancora ricordati il principio di promozione della cultura e del paesaggio, (art. 9) il principio (supremo) internazionalistico (art. 10) e il principio supernazionale (art. 11: ripudio della guerra, riconoscimento delle organizzazioni sopranazionali).

I princìpi costituzionali supremi

Come emerso dalla trattazione di alcuni princìpi della Carta Costituzionale, alcuni di essi meritano la qualifica di supremi.

Si ritiene (Modugno), infatti, che vi sarebbero alcuni princìpi costituzionali assolutamente fondamentali, ossia supremi,che non tollerano quindi modifiche, revisioni e deroghe: sono essenziali, ovvero irretrattabili, inalterabili e inderogabili nel loro contenuto essenziale.

Nota sul punto Casavola: E’ palese la genericità del riferimento a «princìpi supremi del sistema costituzionale», evidentemente non tipizzati in una categoria una volta per tutte. La corte preferisce individuarli volta a volta, la Cassazione li rimette alle competenze del giudice costituzionale, cui la dottrina con qualche eccesso riconosce in materia un «potere costituente». Ovviamente, si tratta soltanto di un’operazione maieutica, creativa ma non costituente, condotta sul sistema delle norme e princìpi presenti in Costituzione.

Si esclude che tali princìpi supremi siano ricavabili solo dai «princìpi fondamentali» della Carta stessa.

Va parimenti escluso (Modugno F.) che siano rinvenibili e ricostruibili princìpi supremi “oltre e fuori il testo della Costituzione”: l’autore predetto ravvisa nella forma della democrazia fondata sul lavoro e nel riconoscimento e nella garanzia dei diritti inviolabili, oltre che nel principio di uguaglianza, quei valori che si pongono in una relazione essenziale con la garanzia della espressa sottrazione a revisione della «forma repubblicana» (art. 139 Cost.: l’esistenza di tale norma sta proprio nel riconoscimento dell’esistenza di un nucleo di princìpi “superiore” a ogni potere costituito e perciò non modificabile neppure dal potere di revisione costituzionale: Baldassarre A.).

Nella giurisprudenza costituzionale “sembra che essi riguardino in primo luogo e soprattutto i diritti inviolabili e il nucleo essenziale della tutela ad essi relativa”: per es. il diritto alla difesa in giudizio (cfr., in argomento, Corte Costituzionale 13/22 ottobre 1999 n. 388).

Si tratta di princìpi rivolti a costituire i limiti invalicabili e quindi a porre le istanze irrinunciabili e caratterizzanti in sommo grado l’ordinamento positivo.

Specificamente i princìpi supremi sono quei princìpi (positivamente costituzionalizzati) deducibili dall’essenza dei valori supremi posti cioè a fondamento della Costituzione.

I princìpi supremi nella giurisprudenza della Corte Costituzionale

“Dai primi cinque articoli si trae – Modugno F. — una serie di princìpi che sono veramente supremi. La loro strettissima connessione reciproca li rende indispensabili l’uno per l’altro e per la delineazione della forma dello Stato: essi sono –ripetesi– i princìpi repubblicano, democratico, lavoristico, personalista pluralistico – societario, ugualitario, unitario, autonomistico”.

La enucleazione dei princìpi supremi (non circoscritti, come già rilevato, ai «princìpi fondamentali» della Carta) è essenzialmente opera della giurisprudenza costituzionale.

Riafferma la loro immodificabilità, la sentenza della Corte Cost. 1146/1988 in quanto li dichiara princìpi appartenenti “all’essenza dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione italiana”.

Si segnalano così le sentenze 30 e 31 del 1971, 12/1972, 175/1973, 1/1977 e 18/1982 che hanno vincolato il diritto di derivazione concordataria (ex art. 7, cpv., Cost), al rispetto dei princìpi supremi.

Altresì, le sentenze (98/1965, 183/1973 e 170/1984) che hanno vincolato al rispetto dei princìpi fondamentali e dei diritti inviolabili, lo stesso diritto sopranazionale comunitario; i princìpi supremi assumono altresì “veste di parametro”nei confronti delle leggi di revisione costituzionale e delle altre leggi (formalmente) costituzionali (C. Cost. 1146/1988).

Ha osservato la dottrina: “Come tutti i princìpi, essi hanno valenza ermeneutica, programmatica e normogenetica; ma ciò che li distingue specificamente dagli altri princìpi costituzionali (anch’essi sottoposti a bilanciamento nell’attuazione legislativa) è la inderogabilità nei confronti delle norme di diritto speciale paracostituzionale, che costituiscono gruppi normativi dotati di «copertura» costituzionale, come il diritto ecclesiastico concordatario (ex art. 7, cpv., Cost.), il diritto comunitario (ex art. 11 Cost.), il diritto costituzionale regionale speciale (ex art. 116 Cost.)”: così Modugno F., op. cit.

La dottrina: Casavola

Una importante sintesi in materia, in relazione alle pronunce della Corte Costituzionale, è offerta da Casavola, nello scritto summenzionato. L’autore, dopo aver ricordato il rilievo dei princìpi espressi dagli artt. 5, 6, 7, 8, 9, 10 e 11 della Costituzione, afferma: Codesti princìpi, che il costituente chiamò fondamentali e che dottrina e giurisprudenza usano classificare «supremi», sono impiegabili in tre direzioni: ad extra, verso il diritto esterno internazionale, sovranazionale, concordatario, come barriera invalicabile per norme con essi incompatibili; ad infra, verso il diritto interno, posto dal legislatore ordinario, per cancellare le norme che ne configurino violazione; ad intra verso ipotesi di revisione della stessa Carta costituzionale che li contiene che siano «con essi contrastanti, agendo dunque come limite all’applicabilità del procedimento di revisione previsto dall’art. 138 della Costituzione.

I princìpi supremi esplicano dunque un’azione difensiva ed una correttiva. Difensiva verso il diritto esterno e verso riforme costituzionali che alterino la forma di Stato da quei princìpi strutturata; correttiva dell’ordinamento interno costantemente ricondotto a conformità a Costituzione. Supremi non sono soltanto quelli sinora descritti, di facile individuazione perché presenti negli undici articoli che aprono la Costituzione, ma anche altri che la giurisprudenza costituzionale ha formulato ricavandoli da vari luoghi della Carta.

L’autore passa quindi in approfondita rassegna, le sentenze della Corte Costituzionale n. 31/1971; 195/1972; 175/1973; 183/1973; 1/1977; 18/1982; 170/1984; 203/1989; 1146/1988.

I princìpi supremi e l’art. 7 della Costituzione

Nel 1971 (sent. n. 30) la Corte Costituzionale –afferma Casavola– enunciò un obiter dictum per il quale il principio pattizio di cui all’art. 7 Cost., riconoscendo «allo Stato e alla Chiesa cattolica una posizione reciproca di indipendenza e di sovranità, non può avere forza di negare i princìpi supremi dell’ordinamento costituzionale dello Stato».

Con altra sentenza di pari data (n. 31 del 1971) la corte ribadì che l’art. 7 Cost. «non preclude il controllo di costituzionalità delle leggi che immisero nell’ordinamento interno le clausole dei patti lateranensi, potendosene valutare la conformità o meno ai princìpi supremi dell’ordinamento costituzionale».

Sempre nello stesso anno 1972 (sent. n. 195), nel famoso caso Cordero, cui la Santa Sede aveva revocato il nulla osta per la permanenza quale docente nell’Università Cattolica, la corte ebbe modo di tornare a richiamare la sent. n. 30 del 1971 [affermando]: «Va considerato che i requisiti della indipendenza e della sovranità, riconosciuti nell’art. 7 sia allo Stato che alla Chiesa, riflettono il carattere originario dei due ordinamenti. Ma la separazione e la reciproca indipendenza tra i due ordinamenti non escludono che un regolamento dei loro rapporti sia sottoponibile a disciplina pattizia, alla quale legittimamente può risalire la rilevanza di atti promanati da una delle parti, purché questi non siano tali da porre in essere nei confronti dello Stato italiano situazioni giuridiche incompatibili con i princìpi supremi del suo ordinamento costituzionale, ai quali le norme pattizie non possono essere contrarie».

Riserva della giurisdizione e princìpi supremi

Rileva ancora l’autore: Nel 1973 (sent. n. 175), la corte, richiamando sempre la sentenza capostipite, la n. 30 del 1971, chiarisce: «Si tratta dunque di vedere se la riserva della giurisdizione costituisca un “principio supremo” che nemmeno la legge avente copertura costituzionale potrebbe superare. Non vi è dubbio che la giurisdizione sia principio caratteristico della sovranità e di questa rappresenti un elemento costitutivo. Ma, un’inderogabilità assoluta della giurisdizione statale non risulta da espresse norme della Costituzione, né è deducibile, con particolare riguardo alla materia civile, dai princìpi generali del nostro ordinamento, nel quale ipotesi di deroga sono stabilite da leggi ordinarie (art. 2 c.p.c.). [L’art. 2 è stato poi abrogato dalla lex 31 maggio 1995 n. 218]. La stessa Costituzione, all’art. 80, prevede che con la legge ordinaria sia autorizzata la ratifica di accordi internazionali aventi per oggetto arbitrati o regolamenti giudiziari. Né vale argomentare dall’art. 11 Cost. per dedurne che ogni limitazione di sovranità possa trovare giustificazione solo ove ricorrano i presupposti previsti in quella norma, e ciò perché i rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica trovano specifico riferimento nell’art. 7».

L’eguaglianza dei cittadini e il matrimonio quali supremi princìpi del sistema costituzionale

Nel contesto della sentenza n. 1 del 1977 emergono come supremi princìpi del sistema costituzionale l’eguaglianza dei cittadini e il concetto di matrimonio accolto nella Carta fondamentale «ispirato all’esigenza di tutelare la famiglia, quale società naturale» e che «valorizza — più che la ricerca delle motivazioni soggettive in base alle quali ciascuno degli sposi si determina al matrimonio, cui dà fondamentale ed assorbente rilievo il diritto canonico, esaminandole alla luce del valore sacramentale dell’atto — il dato oggettivo della dichiarazione, fonte di autoresponsabilità e del consenso che si rinnova nella comunanza di vita».

Il principio del diritto alla tutela giurisdizionale

L’operazione maieutica, “creativa ma non costituente” della Corte Costituzionale in tema di enucleazione dei princìpi supremi, si evidenzia a pieno, per Casavola, nella sentenza n. 18/1982 in cui la Corte formula il «principio supremo a garanzia del diritto alla tutela giurisdizionale» ricavandolo dagli art. 2, 3, 7, 24, 25, 101, 102 Cost. In quella sentenza è scritto che il diritto alla tutela giurisdizionale, già annoverato fra quelli inviolabili dell’uomo, che la Costituzione garantisce all’art. 2 (sent. n. 98 del 1965), è da «ascrivere tra i princìpi supremi del nostro ordinamento costituzionale, in cui è intimamente connesso con lo stesso principio di democrazia l’assicurare a tutti e sempre, per qualsiasi controversia un giudice e un giudizio».

Il principio supremo di laicità dello Stato

Ulteriore attività elaborativa della Corte si manifesta nella enucleazione del  principio supremo di laicità dello Stato così enunciato (sent. 203/1989) : «il principio supremo di laicità dello Stato, che è uno dei profili della forma di Stato delineata nella Carta costituzionale della Repubblica quale emerge dagli art. 2, 3, 7, 8, 19 e 20 Cost., implica non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale».

Sempre in quella sentenza è ulteriormente definita l’attitudine laica dello Stato-comunità, «che risponde non a postulati ideologizzati ed astratti di estraneità, ostilità o confessione dello Stato-persona o dei suoi gruppi dirigenti, rispetto alla religione o ad un particolare credo, ma si pone a servizio di concrete istanze della coscienza civile e religiosa dei cittadini».

I princìpi supremi e le leggi di revisione costituzionale

Valutando la direzione ad intra dei princìpi supremi, volti cioè a limitare o impedire revisioni del sistema costituzionale l’autore afferma: Nel 1988 (sent. n. 1146), nel respingere una eccezione, sollevata dall’avvocatura dello Stato, di insindacabilità da parte del giudice costituzionale di disposizioni aventi valore di legge costituzionale (nel caso di specie di due articoli dello statuto speciale del Trentino-Alto Adige) impugnate per vizi sostanziali, la corte statuì: «La Costituzione italiana contiene alcuni princìpi supremi che non possono essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale o da altre leggi costituzionali. Tali sono tanto i princìpi che la stessa Costituzione esplicitamente prevede come limiti assoluti al potere di revisione costituzionale, quale la forma repubblicana (art. 139 Cost.), quanto i princìpi che, pur non essendo espressamente menzionati fra quelli non assoggettabili al procedimento di revisione costituzionale, appartengono all’essenza dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione italiana».

Nota infine: In quella sentenza la corte ribadisce — lo aveva riconosciuto in numerose decisioni — «come i princìpi supremi abbiano una valenza superiore rispetto alle altre norme o leggi di rango costituzionale», ricordando le sentenze in materia concordataria e quelle relative al trattato della Comunità economica europea.

La corte concludeva non potersi negare la propria competenza «a giudicare sulla conformità delle leggi di revisione costituzionale e delle altre leggi costituzionali anche nei confronti dei princìpi supremi dell’ordinamento costituzionale. Se così non fosse, del resto, si perverrebbe all’assurdo di considerare il sistema di garanzie giurisdizionali della Costituzione come difettoso o non effettivo proprio in relazione alle sue norme di più elevato valore»”.

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