La responsabilità precontrattuale

Il tema della responsabilità precontrattuale va inquadrato (Gallo P.) a cominciare dal diritto romano: il riferimento è al dolo e alla violenza perpetrati nel corso delle trattative da un contraente in danno dell’altro.

In origine, il dolo e la violenza erano, infatti, considerati fatti illeciti fonte di responsabilità extracontrattuale, con conseguente obbligo di risarcire il danno subito dal contraente vittima dell’inganno o della violenza.

E solo in un momento successivo che, dal piano della responsabilità delittuale, si è iniziati a passare a quello della validità del contratto, in virtù di exceptiones la cui funzione era quella di impedire la conclusione del contratto viziato dal dolo o dalla violenza.

Si tratta di regole contemporanee posto che il dolo e la violenza possono essere sia fonte di responsabilità precontrattuale (si pensi in particolare al regime del dolo incidente ex art. 1440) sia causa di invalidità del contratto (art. 1427 C.C.).

Sempre in prospettiva storica si osserva che, successivamente al diritto romano, in area francese, risalendo forse dal diritto comune, fermo restando il principio per cui il dolo e la violenza potevano essere sia fonte di responsabilità che di invalidità del contatto, si affermò il principio per cui anche il contraente che fosse caduto in errore in conseguenza del comportamento colpevole dell’altro, aveva diritto al risarcimento del danno.

Ecco quindi che, non solo il dolo e la violenza, ma anche la colpa, o meglio ancora la colposa induzione all’errore poteva essere fonte non solo di invalidità del contratto ma anche di responsabilità delittuale del contraente che si era comportato in modo scorretto nel corso delle trattative a danno dell’altro.

Da tanto si determinava una perfetta simmetria tra dolo ed errore.

Il contraente che cadeva in errore, non importa se in seguito a un comportamento doloso o anche meramente colposo dell’altro contraente aveva diritto non solo ad impugnare il contratto  ma anche al risarcimento del danno. Non solo il dolo, ripetesi, ma anche il comportamento colpevole nel corso delle trattative poteva essere fonte di responsabilità extracontrattuale.

Sul piano del diritto comparato si osserva che mentre il codice civile francese aveva codificato un principio generale di responsabilità fondato sulla colpa, diversamente in Germania “i giuristi erano costretti a fare i conto con le strettoie dei rimedi delittuali romani rigorosamente tipici e come tali non facilmente utilizzabili per fondare una responsabilità per culpa in contrahendo”.

Dell’intera questione si appropriò Jhering il quale fondò la teoria in base alla quale se l’invalidità del contratto è dovuta a colpa di uno dei due contraenti, questi è tenuto a risarcire i danni subiti dall’altra parte per aver fatto affidamento nella validità del contratto nei limiti dell’interesse negativo.

Jhering, per aggirare le strettoie costituite dal codice tedesco di diritto civile, aveva ricondotto la culpa in contrahendo all’alveo della responsabilità contrattuale, conseguente alla violazione dei doveri di correttezza fondati sulla buona fede che si pongono nelle trattative.

In seguito il dibattito sulla culpa in contrahendo si è spostato in Italia dove in un primo tempo la dottrina maggioritaria (Coviello) era contraria ad ammettere la configurabilità della responsabilità nel caso di recesso dalle trattative.

Prevaleva infatti ancora l’idea che il recesso dalle trattative fosse un diritto in alcun modo sindacabile e tantomeno comportante l’obbligo di risarcire i danni subiti dall’altro contraente.

Fu tuttavia attorno al 1910 che la dottrina (Faggella) richiamò l’attenzione sull’opportunità di colpire i comportamenti scorretti nelle trattative ed, in particolare modo, il recesso ingiustificato, con conseguente obbligo di risarcire i danni.

Si tratta di feconda meditazione gradatamente recepita in giurisprudenza e dottrina, sfociata nei vigenti artt. 1337 e 1338 i quali hanno affermato l’operatività della responsabilità  precontrattuale in Italia.

Pur in presenza di un esplicito riferimento alla responsabilità contrattuale del vigente codice civile (con il predetto richiamo agli articoli 1337 e 1338 C.C.), animate polemiche hanno alimentato un vivace dibattito sulla responsabilità in oggetto, ricostruita come delittuale contrattuale, o come tertium genus.

In prospettiva storica, si deve ricordare che ab antiquo la responsabilità precontrattuale sia nata come responsabilità extracontrattuale (risalendo come si è visto all’impostazione del diritto romano); solo quindi in un momento molto successivo fu poi condotta alla responsabilità contrattuale.

Tale collocazione, evidentemente influente in quanto derivata da Jhering, aveva una caratteristica di base del tutto contingente.

Jhering infatti era stato costretto a battere la via della responsabilità contrattuale atteso il sistema di rigorosa tipicità degli illeciti previsto dal codice tedesco (B.G.B. §§ 823 ss).

Allo stato attuale deve ritenersi prevalente (nonostante autorevoli voci difformi) che la responsabilità precontrattuale abbia natura extra contrattuale.

Come è stato osservato, dunque, la responsabilità precontrattuale costituisce null’altro che una figura di illecito civile extracontrattuale, specificamente contemplato dagli articoli 1337 e 1338 C.C. .

La conseguenza non è di breve momento: anche in assenza di una normativa specifica, gli illeciti di qualsivoglia natura commessi durante le trattative prima della conclusione del contratto, ricadono nell’ambito di applicazione della fattispecie generale della responsabilità civile extracontrattuale di cui all’articolo 2043 C.C.

Non solo quindi la responsabilità precontrattuale potrebbe operare anche in assenza di previsione codicistica, ma l’art. 2043 C.C., inteso quale norma di chiusura, può svolgere una rilevanza residua con riferimento ad ipotesi concrete di illecito che si sono verificate prima dell’inizio delle trattative o dopo la loro fine o ancora nel corso di esse ma con modalità tali da non poter ricadere nel disposto dell’articolo 1337 C.C. .

La dottrina esemplifica l’ipotesi del danneggiamento in corso di trattative di beni oggetto di negoziazione ovvero di lesioni personali subite dall’altro contraente.

Va osservato che sotto la dizione responsabilità precontrattuale si rinvengono, peraltro, una pluralità di fattispecie di illecito.

Quelle tipicizzate del legislatore sono costituite dal recesso nelle trattative (art. 1337) e dalla responsabilità per conclusione di contratto invalido.

Cominciando dall’articolo 1338, si discute innanzitutto su come si debbano intendere le cause di invalidità del contratto la cui conoscenza e la cui mancata comunicazione alla controparte in buona fede è foriera di responsabilità.

Si discute, in altri termini, se il dovere di informazione attenga alle solo cause di invalidità del contratto in senso stretto o si estenda anche ai requisiti di inesistenza e di inefficacia.

Per la dottrina è preferibile, anche in una prospettiva di espansione della buona fede precontrattuale, l’opinione che estende la portata della norma anche alle cause di inesistenza e di inefficacia del contratto.

La questione della conoscibilità delle cause di invalidità derivanti da violazione di una norma imperativa comporta eleganti questioni in ordine alla operatività stessa dell’art. 1338.

Si osserva infatti che la responsabilità in questione non opera se l’altro contraente era in grado di avvedersi dell’errore con l’ordinaria diligenza.

Si plaude quindi all’atteggiamento giurisprudenziale rigido nell’escludere la responsabilità, quando l’invalidità derivi da violazione di una norma imperativa e tanto in base al brocardo ignorantia iuris non excusat.

Si replica, tuttavia, rilevando come qualsiasi invalidità dipenda da un contrasto con principi di diritto: se effettivamente, si osserva, l’ignoranza di norme legislative precludesse la via al rimedio codicistico, l’articolo 1338 non potrebbe giammai operare.

L’ulteriore e principale ipotesi fondante della responsabilità precontrattuale è dato dal recesso ingiustificato dalle trattative.

E’ rilevante sottolineare storicamente come la sanzione al recesso ingiustificato si sia affermata in epoca posteriore alla responsabilità per conclusione di un contratto invalido.

Sul punto è illuminante il rilievo che il famoso scritto di Jhering sulla culpa in contrahendo si riferisse esclusivamente alla responsabilità per la conclusione di un contratto nullo.

In Italia, solo nel Novecento, si è cominciato a discutere se fosse configurabile una responsabilità in caso di recesso ingiustificato dalle trattative.

In precedenza, giova sottolinearlo, il problema non si poneva neppure, dato che il recesso era considerato un diritto: nessuno, si affermava, poteva essere dichiarato responsabile per danni causati ad altri nel esercizio di un suo diritto (qui iure suo utitur neminem laedit).

L’articolo 1337 C.C. ci ha ora abituati all’idea della sanzionabilità del recesso ingiustificato; in allora, “solo” un secolo fa, l’affermazione contraria aveva un sapore eversivo, per non dire rivoluzionario.

Era infatti la prima volta che la buona fede iniziava ad insidiare la concezione classica, ottocentesca, del contratto imperniata sul rispetto assoluto della libertà dei contraenti: fu merito del Fagella di aver fatto breccia nella roccaforte della autonomia e prospettare la tesi che anche il recesso possa essere fonte di responsabilità se privo di causa.

La notazione si estende (e ha una ampia ricaduta sul piano didattico e della spendibilità tematica) se si raccorda la sensibilità nuova per il recesso ingiustificato dalle trattative, con la categoria dell’abuso del diritto e della concorrenza sleale.

Può quindi concludersi che il mutamento di prospettiva ha interessato i principali settori del diritto privato e ha individuato nella buona fede in senso oggettivo il veicolo per una mitigazione della assolutezza originaria del diritto di proprietà, del diritto delle obbligazioni e di quello di impresa.

Come si è già affermato, si tratta di un movimento che ha trovato nel articolo 1337 C.C. l’affermazione secondo la quale le parti nello svolgimento delle trattative debbono comportarsi secondo buona fede.

Se tanto significa che il recesso ingiustificato possa essere fonte di responsabilità precontrattuale, è pur sempre vero che quella del recesso è solamente una tra le tante ipotesi di scorrettezza verificabile nel corso di una trattativa.

La gamma dei doveri precontrattuali fondati sulla buona fede in senso oggettivo, la cui violazione può dar luogo a responsabilità è infatti estremamente varia e variegata e non può ridursi dunque alla sola figura del recesso ingiustificato,

In realtà, come la dottrina non manca di rilevare, siamo in presenza di una norma indefinita con la quale il legislatore ha genericamente esteso la rilevanza della buona fede in senso oggettivo, alla fase delle trattative.

Volendo dare concretezza alla giurisprudenza sul punto, è possibile individuare alcune ipotesi ricorrenti e tipiche.

La giurisprudenza infatti ha ritenuto ingiustificato il recesso nei seguenti casi:

– In materia di contratti, che richiedono la forma scritta, quando le parti hanno manifestato il loro consenso oralmente e una di loro in ultimo si rifiuta di sottoscrivere il contratto o di recarsi dal notaio per redigere l’atto  presso il quale era stato già fissato l’appuntamento.

– In tema di vendita immobiliare, quando il venditore dopo aver ricevuto un anticipo e dopo aver immesso il compratore nel possesso, si rifiuti di formalizzare l’accordo.

– Quando una parte recede dopo che si sia raggiunta una intesa su tutti i punti rilevanti dell’accordo.

– Se, nel corso delle trattative, una parte induca l’altra ad effettuare spese o a realizzare progetti (ad esempio di ingegneria) e poi non si addivenga alla conclusione del contratto.

– È il caso altresì in cui siano stati effettuati investimenti di notevole entità e la controparte si rifiuti di rinnovare il contratto.

– Allorché una parte receda nel corso delle trattative relative alla conclusione di un contratto di lavoro, dopo aver prospettato soluzioni così allettanti da illudere la controparte ad interrompere un precedente rapporto di lavoro.

Molto rilevanti, specie sul piano didattico, sono le ipotesi nelle quali, nel corso di trattative, si raggiungano intese preliminari espresse in minute, puntuazioni e lettere di intenti.

Sebbene si ritenga che esse non obblighino i contraenti a concludere il contratto, è fatta salva la responsabilità precontrattuale in caso di recesso ingiustificato.

In ogni caso, è da ritenere che la presenza di una intesa preliminare faciliti l’onere della prova.

Per contro, la giurisprudenza ha ritenuto giustificato il recesso nei seguenti casi (contrassegnati dalla scorrettezza della controparte):

–Quando una parte receda per evitare di commettere illeciti;

–allorquando una parte apporta variazioni notevoli al contenuto delle intese raggiunte fino a quel momento;

–ove le trattative si protraggano nel tempo e subentrino nuove circostanze;

–quando una parte ha iniziato le trattative con la consapevolezza della loro illiceità o con il solo scopo di recare danno alla controparte,

–pur sapendo che non concluderà il contratto o ingenerando maliziosamente con raggiri la convinzione che il contratto possa essere concluso;

–quando una parte ancorché in assenza di dolo si sia comportata in modo colpevole violando le regole di correttezza.

La dottrina ha evidenziato come molte di queste ipotesi possano essere ricondotte al principio per cui nemo potest contra factum proprium venire.

La contraddittorietà, sottolineata in tutte tali ipotesi, traccia un evidente parallelismo tra la responsabilità precontrattuale ed i casi nei quali il giudice amministrativo evidenzia l’illegittimità dell’azione amministrativa per eccesso di potere per contraddittorietà.

Altra chiave di lettura unificante, è la riconduzione delle molteplici fattispecie menzionate, alla scorrettezza derivante della lesione del dovere di informazione: si pensi a chi avvia trattative parallele senza avvertire la iniziale controparte.

Un ipotesi simile ma da differenziare dal recesso ingiustificato, è data dall’impossibilità di concludere il contratto per fatto imputabile all’altro contraente. E’ il caso di distruzione dolosa o colposa dei beni oggetto di trattativa: a ben vedere, peraltro, la distruzione intenzionale potrebbe essere ricondotta a una modalità implicita di manifestazione della propria intenzione di recedere dalle trattative stesse.

Da non confondere con il recesso, è la revoca della proposta.

La revoca ex art. 1328 non integra un caso di responsabilità precontrattuale, ma fa riferimento a un caso di danno lecito conseguente all’esercizio di un diritto. (Si rimanda alla gorliana tesi dei pesi e contrappesi).

La norma prescinde completamente dall’elemento soggettivo della fattispecie ed opera oggettivamente in ogni caso.

Se poi la revoca della proposta assuma connotati di illiceità, per violazione di regole di correttezza fondate sulla buona fede, potrà trovare applicazione il disposto dell’articolo 1337.

Come si è accennato, oltre che la conclusione di un contratto invalido e il recesso ingiustificato dalle trattative, numerosi altri doveri di correttezza precontrattuale fondati sulle buona fede sono individuabili.

In particolare, circa i già accennati doveri di informazione, si ricorda che tale reciproco dovere può essere fonte di responsabilità precontrattuale, ma altresì di annullamento del contratto per dolo omissivo o reticenza (art. 1439).

Sempre sul piano della spendibilità tematica, si evidenzia come l’incentivare i doveri di informazione costituisca una sorta di opera di prevenzione dei possibili vizi del consenso contrattuale, in particolar modo dell’errore.

In altri termini, si individua la possibilità di anticipare, a livello di responsabilità precontrattuale, forme di tutela operanti tradizionalmente in virtù dell’impugnazione di contratti viziati.

I doveri di informazione rilevanti ai sensi dell’art. 1338 non si esauriscono nelle sole cause di invalidità di cui alla medesima norma.

Alcuni doveri specifici sono previsti dallo stesso codice civile.

L’articolo 798 C.C. prevede la responsabilità per vizi della cosa donata, sancendo che la garanzia del donante non si estenda ai vizi della cosa a meno che il donante sia stato in dolo; a norma dell’articolo 1398 C.C. il rappresentante senza potere è responsabile del danno che il terzo contraente abbia sofferto per aver confidato senza sua colpa nella validità del contratto; se il mutuo è gratuito, il mutuante è responsabile solo nel caso in cui, conoscendo i vizi non ne abbia avvertito il mutuatario (art. 1821); le dichiarazioni inesatte e le reticenze con dolo o colpa grave sono previste nell’articolo 1892 C.C. in tema di contratto di assicurazione (cfr. anche art. 1893 C.C. in tema di dichiarazioni inesatte o reticenti senza dolo o colpa grave).

Proprio le norme da ultimo richiamate, in tema di assicurazione, evidenziano il principio del dovere di comunicare ogni circostanza rilevante relativa alla propria persona.

In tale ambito, secondo la dottrina, è possibile ricomprendere il dovere di informazione relativamente alla propria situazione economica specie se critica.

In particolare, la dottrina evidenzia che il non rivelare il proprio stato di difficoltà specie se tale da mettere in dubbio la possibilità di un esatto adempimento, può in realtà integrare non solo gli estremi del dolo omissivo rilevante ai fini dell’annullamento del contratto (art. 1439) o per lo meno ai fini della responsabilità precontrattuale (art. 1337), ma anche della truffa con conseguente responsabilità penale.

Si deve tuttavia evidenziare che la giurisprudenza si esprime in termini diversi, ove afferma che Non è coerente alle regole della correttezza commerciale secondo buona fede che ogni contraente debba rendere edotta la controparte delle proprie situazioni economiche, ancorché critiche (Cass. 11 ottobre 1994 n. 8295).

Analogamente, ciascun contraente è tenuto a comunicare ogni circostanza di fatto o di diritto relativa alla propria prestazione. Si pensi alla disciplina dei vizi nella compravendita (art. 1490 secondo comma); alla alienabilità di un bene; alla edificabilità di un suolo; al dovere di avvertire circa i rischi d’uso e a quello di fornire le relative istruzioni.

Particolari doveri di informazione devono ritenersi gravanti su una parte che si trovi in posizione di vantaggio sulla controparte: è il caso degli operatori professionali quali le banche in riferimento alla categoria dei consumatori.

Il settore è molto ampio e sembra regolabile sulla base del dovere di comunicazione per quelle informazioni che il contraente debole potrebbe reperire con una diligenza superiore a quella ordinaria.

Delicata questione è quella se oltre ai casi di vera e propria invalidità del contratto di cui all’art. 1338 C.C., sia possibile configurare doveri di informazione anche con riferimento ai cosiddetti vizi incompleti del contratto vale a dire errori determinanti ma non essenziali, errori sul valore, errori sui motivi e simili.

Il quesito si rapporta alla questione se le regole di responsabilità (art. 1337 C.C.) abbiano un raggio di azione più vasto rispetto a quelle di validità (art. 1418 C.C.).

In altri termini, il problema è se vi possano essere casi in cui il contratto, pur non essendo impugnabile sotto il profilo della sua validità, lasci residuare un eventuale problema di responsabilità precontrattuale per violazione di regole di correttezza (si pensi per esempio alla disciplina del dolo incidente: art. 1440 C.C.).

Ne consegue la configurabilità di doveri di informazione con riferimento a vizi incompleti del contratto.

Sotto altro profilo, si evidenzia che la correttezza nelle trattative non possa implicare rinuncia completa alla propria situazione di vantaggio.

È ricorrente l’affermazione assertiva del rilievo per cui non esistono doveri di informazione con riferimento ai motivi per cui si concluda un contratto.

Pari dovere è da escludere con riferimento alla convenienza economica dell’affare.

Secondo la dottrina il punto però meriterebbe un notevole approfondimento.

Fermo restando infatti la condivisibilità della giurisprudenza che esclude l’obbligo di comunicare accordi relativi alla vendita a terzi di prezzo maggiore di una res contrattata, in altri casi le circostanze relative alla differente valutazione ad esempio di un oggetto d’arte o di uno strumento musicale potrebbe integrare gli estremi della reticenza con conseguente possibilità di chiedere l’annullamento del contratto per dolo omissivo o il risarcimento del danno per violazione delle regole di condotta nelle trattative.

Circa i doveri di segretezza, si ricorda come le parti possano entrare in possesso di notizie riservate quali indirizzari di clienti od invenzioni non ancora brevettate la cui diffusione comporterà responsabilità (piena) per fatto illecito ex art. 2043 C.C. .

Come già accennato, altro punto delicato è costituito dalla applicabilità della disciplina dell’articolo 1337 C.C. anche ai contratti validamente conclusi.

La giurisprudenza, in generale, ritiene che dopo la conclusione di un contratto valido non vi sia più spazio per l’applicazione della disciplina della responsabilità  precontrattuale (Cass. 16 aprile 1994 n 3621; 30 dicembre 1997 n 131). In altri termini, dopo la conclusione del contratto non assumerebbero più alcuna rilevanza eventuali scorrettezze compiute nel corso delle trattative tali da aver indotto l’altro contraente a concludere un contratto che altrimenti non avrebbe concluso ovvero a condizioni diverse da quelle a cui lo avrebbe concluso come conseguenze di inganni, ritardi e simili: come si vedrà, si tratta tuttavia di orientamento non univoco.

Per la dottrina non ha senso relegare la responsabilità  precontrattuale nel solo settore del recesso senza causa dalle trattative, e come viceversa l’istituto ben possa operare anche in materia di contratti perfettamente validi ma conclusi a condizioni diverse rispetto alle quali sarebbero stati conclusi in assenza delle scorrettezze della controparte.

L’interrogativo è importante perché si collega (Pietrobon) al summenzionato rapporto tra regole di responsabilità e regole di validità del contratto.

L’alternativa è infatti la seguente: o le regole di responsabilità  coincidono perfettamente con quelle di validità con la conseguenza che vi possa essere responsabilità precontrattuale solo nel caso in cui il contratto sia impugnabile per vizio del consenso, lesione o altre situazioni analoghe, oppure le regole di responsabilità hanno un raggio di azione più ampio rispetto a quelle di validità, con conseguente possibilità di invocare il rimedio di cui all’articolo 1337 anche in casi in cui il contratto non risulti suscettibile di impugnazione.

Una preziosa indicazione sulla adottabilità della seconda soluzione è data dalla disciplina dell’articolo 1440 C.C.: se i raggiri non sono tali da determinare il consenso, benchè senza di essi il contratto sarebbe stato concluso a condizioni diverse, il contratto è valido salvo l’obbligo di risarcire il danno.

I casi nei quali può porsi un problema di responsabilità, nonostante la validità del contratto sono numerosissimi.

Si fa il caso della colposa induzione in errore, dell’approfittamento dell’altrui stato di bisogno, in assenza però di lesione ultra dimidium, di un errore determinante ma non essenziale.

In dottrina, come sopra già notato, si è a questo proposito parlato di vizi incompleti del contratto perché privi di un qualche requisito richiesto dal legislatore ai fini della invalidità del contratto, salvo il diritto al risarcimento del danno secondo lo schema dell’articolo 1440 C.C. .

Aderendo allo schema che individua nel dolo incidente un applicazione dell’articolo 1337 C.C. (Cass 29 marzo 1999 n. 2956) si può cogliere l’impostazione giurisprudenziale che ha concesso il rimedio risarcitori ai sensi dell’art 1337 anche in presenza di contratti validamente conclusi, e come tali suscettibili di impugnazione.

Corte di Cassazione III civile 8 ottobre 2008 n. 2475

La violazione dell’obbligo di comportarsi secondo buona fede nello svolgimento delle trattative e nella formazione del contratto assume rilievo anche nel caso in cui il contratto concluso sia valido e, tuttavia, risulti pregiudizievole per la parte vittima dell’altrui comportamento scorretto.

Diritto – (omissis) Per la sua antecedenza logico-giuridica precede l’esame del quarto motivo del ricorso, col quale la Locat spa, denunciando la violazione dell’art. 345 c.p.c. e vizi della motivazione, lamenta che la Corte d’appello di Milano non ha considerato che in appello la Tipografia Danubio ha proposto una nuova domanda di responsabilità di essa Locat a titolo contrattuale mai nemmeno accennata nel giudizio di primo grado. La doglianza non è comunque fondata, poichè emerge chiaramente dalla motivazione della sentenza il riconoscimento di una responsabilità extracontrattuale, e non contrattuale. La Corte milanese difatti ha evidenziato che la Tipografia Danubio ha insistito, con l’atto di appello, nella impostazione giuridica della propria domanda ritenendo che, poichè il provvedimento di sospensione dell’elargizione dei contributi previsti dalla L. n. 266 del 1997 era antecedente (di quattro mesi) alla stipulazione del contratto, la condotta infedele della locatrice andava qualificata in termini di responsabilità precontrattuale. Con il primo motivo – quindi – si denuncia la violazione e/o erronea applicazione degli artt. 1337 e 1338 c.c., nonchè motivazione insufficiente e contraddittoria. La ricorrente sostiene che la Corte territoriale ha fondato la sua decisione sfavorevole alla Locat, oltre che sull’erronea applicabilità dell’art. 1337 c.c., una volta che il contratto sia concluso, sull’ulteriore erronea applicabilità dell’art. 1338 c.c., posto che la mancata concessione dei contributi sperati dalla Tipografia Danubio non ha minimamente intaccato la validità e l’efficacia del contratto di leasing. Anche questo motivo non è fondato. Si è ormai chiarito – come è stato osservato – che l’ambito di rilevanza della regola posta dall’art. 1337 c.c. va ben oltre l’ipotesi della rottura ingiustificata delle trattative e assume il valore di una clausola generale, il cui contenuto non può essere predeterminato in maniera precisa, ma certamente implica il dovere di trattare in modo leale, astenendosi da comportamenti maliziosi o anche solo reticenti e fornendo alla controparte ogni dato rilevante, conosciuto o anche solo conoscibile con l’ordinaria diligenza, ai fini della stipulazione del contratto (Cass. n. 19024/2005). La violazione, pertanto, dell’obbligo di comportarsi secondo buona fede nello svolgimento della trattative e nella formazione del contratto assume rilievo non soltanto nel caso di rottura ingiustificata delle trattative e, quindi, di mancata conclusione del contratto o di conclusione di un contratto invalido o inefficace (artt. 1338 e 1398 c.c.), ma anche quando il contratto concluso sia valido e tuttavia risulti pregiudizievole per la parte vittima dell’altrui comportamento scorretto (stessa Cass. 19024/2005; e in tal senso, ancorchè in relazione ad altra situazione di specie, Cass. S.U. n. 26725/2007).

Corte di Cassazione – sezione I civile – sentenza 29 settembre 2005 n. 19024

La violazione del dovere di comportamento secondo buona fede nello svolgimento delle trattative e nella formazione del contratto rileva non solo nel caso di rottura ingiustificata delle trattative o di conclusione di un contratto invalido, ma anche quando il contratto concluso sia valido.

Motivi della decisione. — (omissis) 6.1. – L’assunto su cui si fonda la sentenza impugnata è che tali regole attengono alla fase delle trattative precontrattuali e che, pertanto, la loro inosservanza non può determinare la nullità del contratto, pur non essendo revocabile in dubbio che esse abbiano carattere imperativo (retro, § 3).

 L’affermazione è corretta. La «contrarietà» a norme imperative, considerata dall’art. 1418, 1° comma, c.c., quale «causa di nullità» del contratto, postula, infatti, che essa attenga ad elementi «intrinseci» della fattispecie negoziale, che riguardino, cioè, la struttura o il contenuto del contratto (art. 1418, 2° comma, c.c.). I comportamenti tenuti dalle parti nel corso delle trattative o durante l’esecuzione del contratto rimangono estranei alla fattispecie negoziale e s’intende, allora, che la loro eventuale illegittimità, quale che sia la natura delle norme violate, non può dar luogo alla nullità del contratto (Cass. 9 gennaio 2004, n. 111); a meno che tale incidenza non sia espressamente prevista dal legislatore (ad es., art. 1469 ter, 4° comma, c.c., in relazione all’art. 1469 quinquies, 1° comma, stesso codice).

 Né potrebbe sostenersi che l’inosservanza degli obblighi informativi sanciti dal citato art. 6, impedendo al cliente di esprimere un consenso «libero e consapevole» avrebbe reso il contratto nullo sotto altro profilo, per la mancanza di uno dei requisiti «essenziali» (anzi di quello fondamentale) previsti dall’art. 1325 c.c. Invero, le informazioni che debbono essere preventivamente fornite dall’intermediario, a norma del citato art. 6, non riguardano direttamente la natura e l’oggetto del contratto, ma (soltanto) elementi utili per valutare la convenienza dell’operazione e non sono quindi idonee ad integrare l’ipotesi della mancanza di consenso.

 6.2. – Del resto, contrariamente a quel che mostra di ritenere il ricorrente, non è affatto vero che, in caso di violazione delle norme che impongono alle parti di comportarsi secondo buona fede nel corso delle trattative e nella formazione del contratto, la parte danneggiata, quando il contratto sia stato validamente concluso, non avrebbe alcuna possibilità di ottenere il risarcimento dei danni subiti.

 Tale tesi, un tempo non priva di riscontri nella giurisprudenza di questa corte (Cass. 9 ottobre 1956, n. 3414), poggia sull’assunto che l’ambito di rilevanza della responsabilità contrattuale sia circoscritto alle ipotesi in cui il comportamento non conforme a buona fede abbia impedito la conclusione del contratto o abbia determinato la conclusione di un contratto invalido ovvero (originariamente) inefficace. Di qui la conclusione che, dopo la stipulazione del contratto, ogni questione relativa all’osservanza degli obblighi imposti alle parti nel corso delle trattative sarebbe preclusa, in quanto la tutela del contraente sarebbe affidata, a partire da quel momento, solo alle norme in tema di invalidità e di inefficacia del contratto, la cui applicazione, pur essendo in alcuni casi ricollegata a comportamenti certamente non conformi a buona fede, è tuttavia subordinata alla ricorrenza di presupposti ulteriori (art. 1434-1437, 1439, 1447-1448).

 Si è però ormai chiarito che l’ambito di rilevanza della regola posta dall’art. 1337 c.c. va ben oltre l’ipotesi della rottura ingiustificata delle trattative e assume il valore di una clausola generale, il cui contenuto non può essere predeterminato in maniera precisa, ma certamente implica il dovere di trattare in modo leale, astenendosi da comportamenti maliziosi o anche solo reticenti e fornendo alla controparte ogni dato rilevante, conosciuto o anche solo conoscibile con l’ordinaria diligenza, ai fini della stipulazione del contratto.

 L’esame delle norme positivamente dettate dal legislatore pone in evidenza che la violazione di tale regola di comportamento assume rilievo non solo nel caso di rottura ingiustificata delle trattative (e, quindi, di mancata conclusione del contratto) o di conclusione di un contratto invalido o comunque inefficace (art. 1338, 1398 c.c.), ma anche quando il contratto posto in essere sia valido, e tuttavia pregiudizievole per la parte vittima del comportamento scorretto (art. 1440 c.c.).

 6.3. – Si afferma comunemente che il risarcimento, in caso di responsabilità precontrattuale, è limitato al c.d. «interesse negativo» e deve, pertanto, essere commisurato alle spese sostenute per le trattative rivelatesi poi inutili e alle perdite subite per non aver usufruito di occasioni alternative di affari, non coltivate per l’affidamento nella positiva conclusione del contratto per il quale le trattative erano state avviate (in tal senso, tra le altre, Cass. 30 luglio 2004, n. 14539).

 È tuttavia evidente che, quando, come nell’ipotesi prefigurata dall’art. 1440 c.c., il danno derivi da un contratto valido ed efficace ma «sconveniente», il risarcimento, pur non potendo essere commisurato al pregiudizio derivante dalla mancata esecuzione del contratto posto in essere (il c.d. interesse positivo), non può neppure essere determinato, come nelle ipotesi appena considerate, avendo riguardo all’interesse della parte vittima del comportamento doloso (o, comunque, non conforme a buona fede) a non essere coinvolta nelle trattative, per la decisiva ragione che, in questo caso, il contratto è stato validamente concluso, sia pure a condizioni diverse da quelle alle quali esso sarebbe stato stipulato senza l’interferenza del comportamento scorretto.

 Il risarcimento, in detta ipotesi, deve essere ragguagliato al «minor vantaggio o al maggiore aggravio economico» determinato dal contegno sleale di una delle parti (Cass. 17 luglio 1976, n. 2840) salvo la prova di ulteriori danni che risultino collegati a tale comportamento «da un rapporto rigorosamente consequenziale e diretto» (Cass. 29 marzo 1999, n. 2956).

 Non vi è quindi motivo di ritenere che la conclusione di un contratto valido ed efficace sia di ostacolo alla proposizione di un’azione risarcitoria fondata sulla violazione della regola posta dall’art. 1337 c.c. o di obblighi più specifici riconducibili a detta disposizione, sempre che, s’intende, il danno trovi il suo fondamento (non già nell’inadempimento di un’obbligazione derivante dal contratto, ma) nella violazione di obblighi relativi alla condotta delle parti nel corso delle trattative e prima della conclusione del contratto. (omissis) 8. – Il ricorso deve essere pertanto respinto in ogni sua parte. (omissis)

Corte di Cassazione – Sezioni Unite Civili 19 dicembre 2007 nr. 26724

La violazione dei doveri di informazione del cliente e del divieto di effettuare operazioni in conflitto di interesse con il cliente o inadeguate al profilo patrimoniale del cliente stesso, posti dalla legge a carico dei soggetti autorizzati alla prestazione dei servizi di investimento finanziario, non danno luogo ad una nullità del contratto di intermediazione finanziaria per violazione di norme imperative; se tali infrazioni avvengono nella fase precedente o coincidente con la stipula del contratto d’intermediazione destinato a regolare i successivi rapporti fra le parti, ricorre un ipotesi di responsabilità precontrattuale con il conseguente obbligo di risarcimento; quando, invece, le violazioni riguardano operazioni di investimento (o disinvestimento) compiute in esecuzione del contratto, si configura una responsabilità contrattuale che può eventualmente condurre alla risoluzione dello strumento negoziale.

La violazione dell’obbligo di comportarsi secondo buona fede nello svolgimento delle trattative e nella formazione del contratto assume rilievo non soltanto nel caso di rottura ingiustificata delle trattative, ovvero qualora sia stipulato un contratto invalido o inefficace, ma anche se il contratto concluso sia valido e tuttavia risulti pregiudizievole per la parte rimasta vittima del comportamento scorretto; ed in siffatta ipotesi il risarcimento del danno deve essere commisurato al minor vantaggio, ovvero al maggior aggravio economico prodotto dal comportamento tenuto in violazione dell’obbligo di buona fede, salvo che sia dimostrata l’esistenza di ulteriori danni che risultino collegati a detto comportamento da un rapporto rigorosamente consequenziale e diretto.

Diritto – (omissis) 1.9. Così stando le cose, la tesi secondo cui il mancato rispetto dei surriferiti doveri comportamentali dell’intermediario nella fase prenegoziale o in quella attuativa del rapporto sarebbe idoneo a riflettersi sulla validità genetica del contratto stipulato con il cliente, priva com’è di base testuale e di supporti sistematici, potrebbe nondimeno conservare una qualche plausibilità solo ove risultasse l’unica in grado di rispondere all’esigenza – sicuramente presente nella normativa in questione e coerente con la previsione dell’art. 47 Cost., comma 1 – di incoraggiare il risparmio e garantirne la tutela. Ma è evidente che così non è, perchè non può ragionevolmente sostenersi che la suaccennata esigenza implichi necessariamente la scelta, da parte del legislatore, del mezzo di tutela consistente proprio nel prevedere la nullità dei contratti nelle situazioni in discorso, così travolgendo sia il discrimine tra regole di comportamento e regole di validità sia quello tra vizi genetici e vizi funzionali del contratto. Richiamando la distinzione già prima tracciata tra gli obblighi che precedono ed accompagnano la stipulazione del contratto d’intermediazione e quelli che si riferiscono alla successiva fase esecutiva, può subito rilevarsi come la violazione dei primi (ove non si traduca addirittura in situazioni tali da determinare l’annullabilità – mai comunque la nullità – del contratto per vizi del consenso) è naturalmente destinata a produrre una responsabilità di tipo precontrattuale, da cui ovviamente discende l’obbligo per l’intermediario di risarcire gli eventuali danni. Non osta a ciò l’avvenuta stipulazione del contratto. Infatti, per le ragioni già da tempo poste in luce dalla migliore dottrina e puntualmente riprese dalla citata sentenza di questa corte n. 19024 del 2005 – alla quale si intende su questo punto dare continuità – la violazione dell’obbligo di comportarsi secondo buona fede nello svolgimento delle trattative e nella formazione del contratto assume rilievo non soltanto nel caso di rottura ingiustificata delle trattative, ovvero qualora sia stipulato un contratto invalido o inefficace, ma anche se il contratto concluso sia valido e tuttavia risulti pregiudizievole per la parte rimasta vittima del comportamento scorretto; ed in siffatta ipotesi il risarcimento del danno deve essere commisurato al minor vantaggio, ovvero al maggior aggravio economico prodotto dal comportamento tenuto in violazione dell’obbligo di buona fede, salvo che sia dimostrata l’esistenza di ulteriori danni che risultino collegati a detto comportamento da un rapporto rigorosamente consequenziale e diretto. La violazione dei doveri dell’intermediario riguardanti invece la fase successiva alla stipulazione del contratto d’intermediazione può assumere i connotati di un vero e proprio inadempimento (o non esatto adempimento) contrattuale: giacchè quei doveri, pur essendo di fonte legale, derivano da norme inderogabili e sono quindi destinati ad integrare a tutti gli effetti il regolamento negoziale vigente tra le parti. Ne consegue che l’eventuale loro violazione, oltre a generare eventuali obblighi risarcitori in forza dei principi generali sull’inadempimento contrattuale, può, ove ricorrano gli estremi di gravità postulati dall’art. 1455 c.c., condurre anche alla risoluzione del contratto d’intermediazione finanziaria in corso. Si possono ovviamente avere opinioni diverse sul grado di efficacia della tutela in tal modo assicurata dal legislatore al risparmio dei cittadini, che negli ultimi anni sempre più ampiamente viene affidato alle cure degli intermediari finanziari. Ma non si può negare che gli strumenti di tutela esistono anche sul piano del diritto civile, essendo poi la loro specifica conformazione giuridica compito del medesimo legislatore le cui scelte l’interprete non è autorizzato a sovvertire, sicchè il ricorso allo strumento di tutela della nullità radicale del contratto per violazione di norme di comportamento gravanti sull’intermediario nella fase prenegoziale ed in quella esecutiva, in assenza di disposizioni specifiche, di principi generali o di regole sistematiche che lo prevedano, non è giustificato. (omissis)

Corte di Cassazione III civile 8 ottobre 2008 n. 24795

La regola posta dall’art. 1337 c.c. non si riferisce alla sola ipotesi della rottura ingiustificata delle trattative ma ha valore di clausola generale, il cui contenuto non può essere predeterminato in modo preciso ed implica il dovere di trattare in modo leale, astenendosi da comportamenti maliziosi o reticenti e fornendo alla controparte ogni dato rilevante, conosciuto o conoscibile con l’ordinaria diligenza, ai fini della stipulazione del contratto. Ne consegue che la violazione dell’obbligo di comportarsi secondo buona fede nello svolgimento delle trattative e nella formazione del contratto assume rilievo non solo in caso di rottura ingiustificata delle trattative e, quindi, di mancata conclusione del contratto o di conclusione di un contratto invalido o inefficace, ma anche nel caso in cui il contratto concluso sia valido e, tuttavia, risulti pregiudizievole per la parte vittima dell’altrui comportamento scorretto. (In applicazione del riportato principio, la S.C. ha confermato la sentenza dei giudici di merito per i quali costituiva violazione del canone di buona fede di cui agli art. 1337 e 1338 c.c. il comportamento di una società di leasing che aveva omesso di informare la controparte circa la già avvenuta sospensione delle agevolazioni fiscali di cui alla l. n. 341 del 1995 e, anzi, aveva fornito assicurazioni circa la possibilità di far ricorso alle dette agevolazioni, per le quali la controparte medesima si era indotta alla stipula del contratto di locazione finanziaria).

Diritto – (omissis) Per la sua antecedenza logico-giuridica precede l’esame del quarto motivo del ricorso, col quale la Locat spa, denunciando la violazione dell’art. 345 c.p.c. e vizi della motivazione, lamenta che la Corte d’appello di Milano non ha considerato che in appello la Tipografia Danubio ha proposto una nuova domanda di responsabilità di essa Locat a titolo contrattuale mai nemmeno accennata nel giudizio di primo grado. La doglianza non è comunque fondata, poichè emerge chiaramente dalla motivazione della sentenza il riconoscimento di una responsabilità extracontrattuale, e non contrattuale. La Corte milanese difatti ha evidenziato che la Tipografia Danubio ha insistito, con l’atto di appello, nella impostazione giuridica della propria domanda ritenendo che, poichè il provvedimento di sospensione dell’elargizione de:i contributi previsti dalla L. n. 266 del 1997 era antecedente (di quattro mesi) alla stipulazione del contratto, la condotta infedele della locatrice andava qualificata in termini di responsabilità precontrattuale. Con il primo motivo – quindi – si denuncia la violazione e/o erronea applicazione degli artt. 1337 e 1338 c.c., nonchè motivazione insufficiente e contraddittoria. La ricorrente sostiene che la Corte territoriale ha fondato la sua decisione sfavorevole alla Locat, oltre che sull’erronea applicabilità dell’art. 1337 c.c., una volta che il contratto sia concluso, sull’ulteriore erronea applicabilità dell’art. 1338 c.c., posto che la mancata concessione dei contributi sperati dalla Tipografia Danubio non ha minimamente intaccato la validità e l’efficacia del contratto di leasing. Anche questo motivo non è fondato. Si è ormai chiarito – come è stato osservato – che l’ambito di rilevanza della regola posta dall’art. 1337 c.c. va ben oltre l’ipotesi della rottura ingiustificata delle trattative e assume il valore di una clausola generale, il cui contenuto non può essere predeterminato in maniera precisa, ma certamente implica il dovere di trattare in modo leale, astenendosi da comportamenti maliziosi o anche solo reticenti e fornendo alla controparte ogni dato rilevante, conosciuto o anche solo conoscibile con l’ordinaria diligenza, ai fini della stipulazione del contratto (Cass. n. 19024/2005). La violazione, pertanto, dell’obbligo di comportarsi secondo buona fede nello svolgimento della trattative e nella formazione del contratto assume rilievo non soltanto nel caso di rottura ingiustificata delle trattative e, quindi, di mancata conclusione del contratto o di conclusione di un contratto invalido o inefficace (artt. 1338 e 1398 c.c.), ma anche quando il contratto concluso sia valido e tuttavia risulti pregiudizievole per la parte vittima dell’altrui comportamento scorretto (stessa Cass. 19024/05; e in tal senso, ancorchè in relazione ad altra situazione di specie, Cass. S.U. n. 26725/2007). In tal caso, invero, che la stipula del contratto sia avvenuta successivamente è irrilevante, giacchè il comportamento illegittimo altrui si è già verificato nella fase delle trattative. Alla luce dei detti principi non può dunque che rilevarsi che la Corte d’appello milanese, alla stregua di un incensurabile apprezzamento di fatto, ha adeguatamente ritenuto che il comportamento della Locat costituisse una violazione del canone di buona fede di cui all’art. 1337 e 1338 c.c. poichè i contributi agevolati previsti dalla L. n. 341 del 1995 – per i quali la Tipografia Danubio si era indotta (come emerge dalla prima e dall’ultima parte della sentenza impugnata) alla stipulazione del contratto di locazione finanziaria del (omissis) – erano già stati sospesi con D.M. 23 dicembre 1996, ovvero a far data dal 1.1.1997, quindi quattro mesi prima della conclusione del contratto. Con ciò, omettendo cioè di informare la controparte circa la già avvenuta sospensione dei contributi fiscali (ed anzi “assicurando il contraente della possibilità del ricorso alla citate agevolazioni fiscali”), la Locat ha infatti posto in essere un comportamento colposamente malizioso o anche solo reticente in ordine ad un aspetto del contratto assolutamente decisivo, violando l’interesse tutelato dagli artt. 1337 e 1338 c.c. . (omissis)

La massima della sentenza n. 24795/2008 è conforme a quella di Cass. 29 settembre 2005 n. 19024. Con quest’ultima sentenza la Cassazione mutava l’orientamento tradizionale il quale era nel senso della configurabilità della responsabilità precontrattuale solo nei casi di rottura ingiustificata delle trattative o di conclusione di un contratto invalido. Successivamente, per un verso le Sezioni Unite, sia pure in obiter, si sono allineate al’orientamento che estende la responsabilità precontrattuale anche al caso della conclusione di un valido contratto (Cass. sez. un. 19 dicembre 2007 n. 26724), per altro al livello di sezioni semplici la Corte è tornata sui suoi passi, pur senza confrontarsi con la pronuncia del 2005, affermando come in passato, che nel caso di conclusione del contratto l’unica forma di responsabilità configurabile è quella contrattuale (Cass. 5 feb. 2007 n. 2479).

Corte di Cassazione – II civile – 5 febbraio 2007 n. 2479

Non costituisce ipotesi di responsabilità precontrattuale la fattispecie in cui l’accordo tra le parti si è formato, ma a condizioni diverse da quelle che si sarebbero avute se la parte venditrice non avesse tenuto nei confronti degli acquirenti un comportamento contrario alla buona fede, in quanto la configurabilità della responsabilità precontrattuale è preclusa dalla intervenuta conclusione del contratto.

Diritto – (omissis) Con il primo motivo del ricorso principale, deducendo erronea applicazione degli artt. 1439 e 1440 c.c.(dolo determinante e dolo incidens) e difetto di motivazione, si censura la sentenza impugnata nel punto in cui ha ritenuto irrilevante l’omessa menzione da parte venditrice della provenienza dei veicoli, della loro immatricolazione, del collaudo e della ridotta garanzia. Si sostiene che l’omessa informazione di tali elementi configura un comportamento doloso del venditore che, se non determinante sul piano della pattuizione, ha comunque fatto concludere ai ricorrenti un contratto a condizioni economiche diverse e più gravose. Il motivo è fondato. Ed invero, la Corte di merito ha escluso sia il dolo determinante sia quello incidente sulla base di considerazioni che non trovano riscontro in fatti accertati, disattendendo, senza adeguata motivazione, le conclusioni della disposta c.t.u.. Vale, invece, considerare che era onere dell’appellante fornire la prova del fatto che la controparte, usando la normale diligenza, avrebbe potuto conoscere quel coacervo di circostanze che le erano state taciute e che avevano, quanto meno, inciso sulla misura del prezzo (Cass. 14.10.1991 n. 10799). Con il secondo motivo di ricorso, deducendo erronea applicazione dell’art. 1337 c.c. (buona fede precontrattuale) e conseguente difetto di motivazione, si censura la sentenza impugnata, assumendosi che non sarebbe stato inquadrato il concetto di responsabilità pre-contrattuale nel cui ampio genus si colloca la fattispecie dell’art. 1440 c.c.. Il motivo è infondato. Ben vero, il fatto che l’accordo si sia formato a condizioni diverse da quelle che si sarebbero avute se la venditrice non avesse tenuto nei confronti degli acquirenti un comportamento contrario a buona fede, non rileva come ipotesi di responsabilità precontrattuale ex art. 1337 c.c., perchè la configurazione di tale ipotesi è preclusa dall’intervenuta conclusione del contratto (Cass. 16.4.1994 n. 3621).

L’intera questione è sintetizzata da Gazzoni che tuttavia non riferisce bene dei citati mutamenti giurisprudenziali.

Afferma l’autore: “La buona fede è peraltro posta a presidio dell’aspettativa non solo, in particolare, della conclusione del contratto, ma anche, e prima ancora, della correttezza e della lealtà delle trattative. Pertanto pur se il contratto si conclude validamente, può esservi responsabilità precontrattuale (contra, Cass. 16937/2006) qualora, ad esempio, un contraente abbia causato un ritardo nella conclusione (Cass. 10249/1998) o sia stato reticente tacendo all’altro informazioni rilevanti ai fini della contrattazione, come nel caso di mancata informativa (Cass. sez. UU. 26724/2006)  o, più in generale, di chi sia consapevole che la controparte intende contrarre indotta da un motivo erroneo o comunque crei le ragioni di una sua debolezza, approfittandone per ottenere migliori condizioni contrattuali. In questi casi si è al limite del dolo incidente (art. 1440) che però presuppone i raggiri.”

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