La fattispecie di disastro innominato è applicabile anche ad eventi di contaminazione ambientale privi di una immediata evidenza e verificabili in un arco di tempo prolungato, purché atti a compromettere in maniera imponente la sicurezza e la salute della collettività ma il momento consumativo di tale fattispecie s’identifica con la cessazione della condotta inquinante.

Considerato in diritto – 

A. Premessa.

1. La Corte ritiene che per il reato di cui all’articolo 434 cod. pen., l’unico cui si riferisce la condanna oggetto d’impugnazione, sia maturata la prescrizione antecedentemente alla pronuncia della sentenza di primo grado, per le ragioni che in prosieguo si esporranno.

La complessità della vicenda e delle questioni poste rende perciò necessaria una premessa di metodo.

È la stessa nozione di processo che richiede che le questioni procedurali vengano di regola trattate prima del merito. Ne deriva l’abitudine di considerare tali questioni preliminari pregiudiziali anche ai fini della decisione. In realtà è però l’articolo 129 cod. proc. pen. che, rifacendosi alla priorità degli interessi che il processo intende garantire, scandisce la sequenza degli aspetti da esaminare ai fini della decisione, subordinati alla sola prioritaria condizione del riconoscimento della obbligatorietà della legge di cui si deve fare applicazione, ovvero della esistenza della giurisdizione.

Tanto comporta nel caso in esame, avuto riguardo alla peculiarità del giudizio di legittimità e alla reale consistenza dei motivi di ricorso, la trattazione nell’ordine delle questioni: (1) sulla giurisdizione; (2) sulla configurabilità del reato di disastro; (3) sul momento della sua consumazione e sulla decorrenza della prescrizione; (4) sui temi posti con gli ulteriori motivi.

B. La questione sulla giurisdizione.

2. La questione sul difetto di giurisdizione è prospettata dall’imputato ricorrente e dai responsabili civili.

Al proposito va anzitutto chiarito, però, che, nonostante talune generalizzazioni contenute nell’illustrazione del motivo, anche la eccezione formulata dall’imputato risulta circoscritta (in base se non altro alla collocazione del relativo motivo) ai “profili civilistici” della condanna. Nè potrebbe essere diversamente, perchè della giurisdizione nazionale a conoscere di delitto commesso in Italia da cittadino straniero a mente dell’articolo 6 cod. pen. e delle tanti Convenzioni internazionali in tema di reciproco riconoscimento e di cooperazione in materia penale, non può seriamente dubitarsi.

Pur trattandosi di aspetto riferibile alle sole statuizioni civili, destinate comunque a cadere per effetto della declaratoria di estinzione del reato per prescrizione maturata prima della sentenza di primo grado, la questione deve tuttavia essere esaminata, per la sua incidenza sul tipo di pronuncia da rendere sulle statuizioni stesse.

La questione è priva di fondamento.

2.1. Le due Convenzioni citate dai ricorrenti, espressamente concernenti esclusivamente “la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale” fatte a Lugano, la prima il 16 settembre 1988 e la seconda il 30 ottobre 2007 (quest’ultima ripetendo il contenuto della precedente e quello del Regolamento CE 44/2001 nel frattempo divenuto vincolante per tutti gli Stati membri), prevedono all’articolo 5 che “La persona domiciliata nel territorio di uno Stato vincolato dalla presente convenzione può essere convenuta in un altro Stato vincolato dalla presente convenzione”, non solo quando si verta (punto 3) “in materia di illeciti civili dolosi o colposi, davanti al giudice del luogo in cui l’evento dannoso è avvenuto o può avvenire”, ma, ovviamente, anche (punto 4) “qualora si tratti di un’azione di risarcimento di danni o di restituzione, nascente da reato, davanti al giudice presso il quale è esercitata l’azione penale, sempre che secondo la propria legge tale giudice possa conoscere dell’azione civile”.

L’esercizio dell’azione penale giustifica, dunque, in ogni caso l’azione civile in sede penale anche nei confronti dei responsabili civili dimoranti o aventi stabilimento principale all’estero. Mentre esula completamente dal problema del riparto della giurisdizione tra Stati, che attiene alla sovranità, quello, di carattere squisitamente processuale, della individuazione – esatta o meno che sia alla luce dell’ordinamento interno – dell’autorità giudiziaria italiana competente per ragioni di connessione in presenza di più fatti di reato tutti comunque parimenti e pacificamente attratti nella giurisdizione nazionale.

2.2. Priva di fondamento è, poi, l’osservazione che la pretesa risarcitoria degli enti pubblici costituitisi parte civile era riferibile ad attività esercitata iure imperii, e che perciò doveva considerarsi sottratta alle regole della Convenzione. È sufficiente ricordare che il principio consuetudinario di diritto internazionale evocato concerne l’immunità dello Stato dalla giurisdizione di altro Stato per ciò che attiene agli atti di esercizio delle funzioni pubbliche statuali definibili iure imperii, tali intendendosi solo quegli atti attraverso i quali si esplica l’esercizio delle funzioni pubbliche, appunto, dello Stato; non può essere riferita perciò agli atti di enti pubblici diversi dallo Stato e neppure si estende agli atti statuali assunti iure gestionis, i quali non richiedano apprezzamenti ed indagini sull’esercizio dei poteri pubblicistici dello Stato estero. Sicchè il principio non si presta ad essere invocato allorchè la controversia concerne “una richiesta di contenuto esclusivamente patrimoniale, che lascia intatte le prerogative e la soggettività del soggetto internazionale” (per tutte, Sez. U civ, n. 6489 del 26/04/2012, Rv. 622216, oltre che Corte cost. n. 238 del 2014, cui si rimanda anche per l’esposizione della giurisprudenza sul tema).

C. Le questioni sostanziali.

3. Si è già evidenziato, in fatto, che all’imputato Sc.         sono stati sin dall’inizio contestati soltanto i delitti contro l’incolumità pubblica di cui agli articoli 437 e 434 cod. pen., nella forma aggravata dagli eventi descritti ai rispettivi capoversi, ovverosia, per l’articolo 434, l’unico reato per il quale la Corte di appello ha confermato le condanne, del disastro innominato verificatosi; precisando la sentenza impugnata che i periodi di effettiva gestione imputabili a Sc.St.              partivano da giugno 1976 per i siti di (omesso)                              – Bagnoli, con data finale per i primi due siti al 4 giugno 1986 e al 19 dicembre 1985 quanto al terzo; andavano invece dal 27 giugno 1976 sino al 16 dicembre 1984 per il sito di XXXXXXX.

Il compendio probatorio si basava essenzialmente su indagini epidemiologiche svolte sulle popolazioni dei soggetti esposti all’amianto della Eternit e sia il Tribunale sia la Corte di appello hanno negato ingresso alle richieste di prova ulteriore e di completa ostensione della documentazione utilizzata nelle consulenze epidemiologiche del Pubblico ministero, avanzate da imputati e responsabili civili al dichiarato fine di verificare i nessi di causalità individuali, osservando, in sintesi, che detto accertamento non risultava pertinente all’oggetto del procedimento, “rappresentato da un fenomeno unitario, riferibile a gruppi di persone e non ai singoli individui che compongono tali gruppi, e la cui incidenza è stata rilevata e studiata attraverso l’applicazione del diverso concetto di causalità collettiva” (p, 601 della sentenza impugnata). Sulla base di rilievi analoghi sono state respinte quindi anche le eccezioni relative alla mancata o incompleta ostensione dei cosiddetti “dati grezzi” (elementi conoscitivi) posti a fondamento delle consulenze epidemiologiche del Pubblico ministero, e considerate sostanzialmente irrilevanti le deduzioni difensive con le quali si obiettava, da un lato, che per parte dei casi individuati (molti per la difesa, pochi per la Corte di appello) mancava anche la possibilità di riscontrare l’esattezza delle diagnosi sulle quali si erano fondate le consulenze epidemiologiche e, dall’altro, che non risultava verificato il collegamento tra insorgenza delle sintomatologie asbesto-correlate, periodi di esposizioni e periodi di “effettiva gestione” riconducibili allo Sc.        .

Delle diversità delle impostazioni del Tribunale e della Corte di appello si è dato conto in Fatto ai paragrafi 3., 3.1., 3.2., a cui per brevità si rinvia, e si tratterà più diffusamente nel prosieguo. Quello che preme qui rimarcare è che dalla sentenza di secondo grado emerge chiaramente che a base della decisione impugnata sta il rilievo che l’impianto accusatorio non consentiva di annettere rilievo individuale ai singoli eventi lesivi di malattia e di morte con relativo inquadramento all’interno di corrispondenti figure di reato contro la persona, essendosi “puntato” invece sul carattere unitario dell’offesa alla vita ed alla salute di un numero indeterminato di persone quale disastro “interno” ed “esterno”, ovverosia quale “attentato all’incolumità sia dei lavoratori addetti agli stabilimenti …, sia riferibile alla popolazione residente nei siti in cui i quattro stabilimenti operavano ed ai soggetti conviventi coi lavoratori, o comunque addetti alla pulizia dei loro indumenti di lavoro”.

Tanto posto, la differenza della conclusione raggiunta per il reato di cui al capo A) – omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro – dichiarato prescritto, e il reato di cui al capo B) – disastro innominato -, riposa, nell’impianto della sentenza impugnata, esclusivamente sulla qualificazione dell’evento “disastro”, nel primo caso, come mera aggravante e, nel secondo, come fattispecie autonoma di reato.

La soluzione cui la Corte di merito è addivenuta per il capo B) è quindi indissolubilmente legata alla definizione, fondamentale ai fini dello “spostamento in avanti” del momento della consumazione del reato, dell’evento “disastro” quale situazione di pericolo ancora in atto, o meglio quale situazione in cui, non essendo ancora venuto meno “l’eccesso numerico dei casi di soggetti deceduti o ammalati rispetto agli attesi”, l’effetto “epidemico” non poteva ancora considerarsi venuto meno.

Assumono per conseguenza rilievo preliminare, in relazione al capo B), la riconducibilità della fattispecie per cui è intervenuta condanna al delitto di disastro di cui all’articolo 434 c.p., comma 2, (infra par. 4) e la definizione dell’ipotesi del capoverso dell’articolo 434 cod. pen. alla stregua di reato pienamente autonomo o di fattispecie aggravata dall’evento, anche ai fini di definirne la rilevanza (infra par. 5). Dovrà verificarsi poi come è possibile collocare la data di consumazione di tale reato, aggravato o autonomo che sia (infra par. 6), avuto riguardo alla natura dell’evento preso in considerazione dalla norma (infra par. 7) e trarne le conseguenze ai fini della prescrizione (infra par. 8) e dell’applicazione dell’articolo 129 cod. proc. pen. (infra par. 9).

Con riferimento al capo A), per il quale vi è stata declaratoria di prescrizione non impugnata dal Procuratore generale, andranno invece esaminate le più limitate questioni poste dal ricorso dell’imputato (infra par. 10) relativamente alla mancata assoluzione nel merito, e dall’INPS (infra par. 11) che censura, ma sotto un’angolazione particolare, la declaratoria di prescrizione agli effetti civili.

4. Il delitto di disastro

In relazione al primo ordine di questioni, quelle con cui si contesta la ravvisabilità della fattispecie dell’articolo 434 cod. pen., occorre prendere le mosse dal fatto che con la sentenza n. 327 del 2008 la Corte costituzionale, investita da questione di legittimità costituzionale con la quale si dubitava della determinatezza della nozione di disastro su cui gravità, nella cornice di una fattispecie a forma libera o causalmente orientata, la descrizione del fatto represso dall’articolo 434 cod. pen., ha dichiarato infondato il dubbio, osservando che a precisare la valenza del vocabolo – riconducendo la previsione punitiva nei limiti di compatibilità con il precetto costituzionale evocato – concorrono la finalità dell’incriminazione e la sua collocazione nel sistema dei delitti contro la pubblica incolumità. Sulla base di tali elementi la Corte costituzionale ha affermato che è appunto possibile “delineare una nozione unitaria di “disastro”, i cui tratti qualificanti si apprezzano sotto un duplice e concorrente profilo. Da un lato, sul piano dimensionale, si deve essere al cospetto di un evento distruttivo di proporzioni straordinarie, anche se non necessariamente immani, atto a produrre effetti dannosi gravi, complessi ed estesi. Dall’altro lato, sul piano della proiezione offensiva, l’evento deve provocare – in accordo con l’oggettività giuridica delle fattispecie criminose in questione (la “pubblica incolumità”) – un pericolo per la vita o per l’integrità fisica di un numero indeterminato di persone; senza che peraltro sia richiesta anche l’effettiva verificazione della morte o delle lesioni di uno o più soggetti”. Così individuando una nozione disastro che la stessa Corte costituzionale espressamente riconosce sostanzialmente corrispondente a quella accolta dalla giurisprudenza di legittimità, con un indirizzo apprezzabile in termini di “diritto vivente”.

4.1. Ciò posto, non è esatto il rilievo che la sentenza non sarebbe del tutto pertinente nel caso in esame perchè riferita alla sola ipotesi dell’articolo 434 cod. proc. pen., comma 1 e non consentirebbe comunque di cogliere la differenza tra detta ipotesi e quella del comma 2. Diversamente da quanto si sostiene, la pronunzia della Corte non limita in alcun passo la sua pronunzia al comma 1. Nonostante la formale enunciazione della questione così come posta, chiaramente indica che la fattispecie al suo esame è riconducibile all’ipotesi di danno del comma 2, allorchè precisa che la questione concerne un procedimento a carico di soggetti imputati di avere “causato dolosamente un “disastro ambientale”“. Espressamente si riferisce, infine, anche al comma 2 laddove (par. 7) sottolinea come il “”pericolo per la pubblica incolumità” – implicito, per quanto osservato dianzi, rispetto alla fattispecie di evento contemplata dal comma 2 (verificazione del “disastro”) – risulti espressamente richiesto anche in rapporto al delitto di attentato previsto dal comma 1 (compimento di fatti diretti a cagionare un disastro)”.

4.2. Di maggiore spessore, ma anch’esso infondato, è il rilievo che la “semplice” diffusione di (fibre di) amianto, per quanto pervasiva e pericolosa, possa ritenersi idonea ad integrare l’”evento distruttivo” che, come detto, stando a Corte cost. n. 327 del 2008, implicitamente connota la nozione di “disastro” assunta nell’articolo 434 cod. pen..

Il problema, assai più dibattuto in dottrina che in giurisprudenza, è, in altri termini, se l’individuazione del disastro in un fenomeno non dirompente ed eclatante, bensì diffuso e silente, per quanto importante e penetrante, sia compatibile con la necessità, postulata dalla esigenza di determinatezza della fattispecie, che la teorica polivalenza del termine disastro trovi soluzione univoca nella omogeneità strutturale della relativa nozione da accogliersi ai fini dell’ipotesi in esame, rispetto ai “disastri” contemplati negli altri articoli compresi nel capo dei delitti di comune pericolo “mediante violenza”.

Può darsi per assodato che, come ricorda la sentenza n. 327 citata, l’articolo 434 cod. pen., nella parte in cui punisce il così detto disastro innominato (“altro disastro”), svolge la funzione di “norma di chiusura”, mirando a riempire i vuoti di tutela. Chiara, in tal senso, è la stessa Relazione del Guardasigilli al codice penale, ove si afferma che la norma incriminatrice “è destinata a colmare ogni eventuale lacuna, che di fronte alla multiforme varietà dei fatti possa presentarsi nelle norme … concernenti la tutela della pubblica incolumità”: giacchè “la quotidiana esperienza dimostra come spesso le elencazioni delle leggi siano insufficienti a comprendere tutto quanto avviene, specie in vista dello sviluppo assunto dalla attività industriale e commerciale, ravvivata e trasformata incessantemente da progressi meccanici e chimici”.

La prima osservazione da fare è perciò che, nonostante la inclusione della fattispecie del disastro innominato nella disposizione che tratta specificamente del crollo, non si richiede che di tale fenomeno il disastro replichi le caratteristiche fenomeniche, giacchè è palese – in base alla stessa relazione ministeriale – che può trattarsi di evento del tutto eterogeneo.

La Corte costituzionale, nella sentenza n. 327 citata, ha d’altra parte richiamato il canone esegetico consolidato della considerazione unitaria delle “finalità dell’incriminazione” (argomento teleologico) e del “più ampio contesto ordinamentale in cui essa si colloca” (argomento sistematico), e ha sottolineato che “alla stregua di un criterio interpretativo la cui validità appare di immediata evidenza, allorchè il legislatore – nel descrivere una certa fattispecie criminosa – fa seguire alla elencazione di una serie di casi specifici una formula di chiusura, recante un concetto di genere qualificato dall’aggettivo “altro” (nella specie: “altro disastro”), deve presumersi che il senso di detto concetto – spesso in sè alquanto indeterminato – sia destinato a ricevere luce dalle species preliminarmente enumerate, le cui connotazioni di fondo debbono potersi rinvenire anche come tratti distintivi del genus”.

Proprio alla luce delle evenienze prese in considerazione dalle altre fattispecie incriminatrici del capo, che vanno dall’incendio, frana, valanga, disastro ferroviario o aviatorio, crollo, all’attentato alla sicurezza degli impianti di energia elettrica, del gas ovvero delle pubbliche comunicazioni telefoniche, può, dunque, escludersi che la riconducibilità dei fenomeni presi in considerazione a un “macroevento” di immediata e dirompente forza distruttiva costituisca requisito essenziale degli stessi.

È sufficiente al proposito richiamare Sez. 4, n. 4675 del 17/05/2006, dep. 2007, Bartalini (cosiddetta sentenza “Porto Marghera”), laddove ha efficacemente rilevato (pagine 335 – 336) che non tutte le ipotesi di disastro previste dal Capo 1 del Titolo 6 del Libro 2 del codice penale (delitti contro l’incolumità pubblica) hanno di necessità le caratteristiche di un macroevento di immediata manifestazione esteriore, poichè ad esempio la frana – articolo 426 – può consistere in spostamenti impercettibili che durano anni; l’inondazione può consistere in un lentissimo estendersi delle acque in territori emersi. Sicchè anche nel disastro innominato possono senz’altro essere ricondotti “non soltanto gli eventi disastrasi di grande immediata evidenza (crollo, naufragio, deragliamento ecc.) che si verificano magari in un arco di tempo ristretto, ma anche quegli eventi non immediatamente percepibili, che possono realizzarsi in un arco di tempo anche molto prolungato, che pure producano quella compromissione imponente delle caratteristiche di sicurezza, di tutela della salute e di altri valori della persona e della collettività che consentono di affermare l’esistenza di una lesione della pubblica incolumità.”.

4.3. Non conducente appare per conseguenza anche l’osservazione che la nozione di disastro innominato accolta dalla giurisprudenza si risolverebbe così esclusivamente in un ineffabile dato “quantitativo”. Vale infatti ripetere che la grandezza del fenomeno naturale prodotto è misura dell’incriminazione non da sè sola, ma in collegamento con il criterio teleologico delle finalità dell’incriminazione. L’entità dell’evento distruttivo concorre, in altri termini, ad indicare il “peso” del carico offensivo del delitto, così contrassegnando il limite che giustifica l’intervento punitivo per il titolo di reato in considerazione, così come, ad esempio, per la ipotesi di devastazione rispetto a quella di danneggiamento.

4.4. La successiva obiezione consiste nella notazione che l’immissione di fattori inquinanti non avrebbe carattere in sè “distruttivo”.

Assunta la definizione proveniente dalla stessa Corte costituzionale a perimetro della nozione di disastro (conforme, per altro, all’accezione primaria che il termine assume nel linguaggio comune, di “calamità”, “evento catastrofico”), in tal modo, però, arbitrariamente si riduce la nozione di distruzione ai fenomeni macroscopici e visivamente percepibili, escludendo senza fondamento la rilevanza di tutti i fenomeni distruttivi prodotti da immissioni tossiche che, come nel caso in esame, incidono altresì sull’ecosistema e addirittura sulla composizione e quindi sulla qualità dell’aria respirabile, determinando imponenti processi di deterioramento, di lunga o lunghissima durata, dell’habitat umano.

4.5. Ulteriore obiezione, suggestiva ma non condivisibile, è che, in ogni caso, in codesti casi, e in quello in esame in particolare, l’effetto non potrebbe considerarsi il portato di un’azione realizzata “mediante violenza”.

L’osservazione presenta analogie con la precedente, ma è assunta dalla prospettiva normativa, della “violenza-mezzo” quale criterio discretivo dei delitti contemplati nel Capo 1 del Titolo 6 rispetto a quelli del Capo 2 (delitti di comune pericolo mediante frode), ove, si dice, sarebbe contenuto in realtà il delitto più affine, quello dell’epidemia (non predicabile, però, nel caso in esame, in cui il pericolo alla salute deriva dalla diffusione di fattori patogeni che non sono “germi”). È tuttavia agevole rilevare non solo che, come correttamente ha evidenziato il Procuratore generale d’udienza, la distinzione accolta nel codice dei delitti commessi mediante violenza e commessi mediante frode risponde più ad esigenze di ordine classificatorio che di natura definitoria ed è espressione di criteri criminologici improntati alla prevalenza del disvalore di certi aspetti modali piuttosto che ad altri pure richiesti per l’integrazione della fattispecie, ma, soprattutto, che tale osservazione erroneamente identifica la nozione di “violenza”, assunta a criterio classificatorio, con la violenza reale cosiddetta propria, o materialmente inferta dall’agente. È al contrario assunto consolidato e condiviso che nelle definizioni delle classi di reati che si articolano in base a siffatte distinzioni, il riferimento alla commissione “mediante violenza” in contrapposizione a “mediante frode”, sta per lo più semplicemente ad indicare che il fatto postula l’impiego di un qualsivoglia energia o mezzo – diretto o indiretto, materiale o immateriale – idoneo a superare l’opposizione della potenziale vittima e a produrre l’effetto offensivo senza la “cooperazione” di quella. Sicchè non è seriamente dubitabile che anche l’energia impiegata nell’ambito di un processo produttivo che libera sostanze tossiche e l’inarrestabile fenomeno, così innescato, di meccanica diffusione delle stesse, alla cui esposizione non è possibile resistere, rappresenta, nell’accezione considerata, violenza.

5. La natura dell’ipotesi del capoverso dell’articolo 434.

Si è anticipato che la sentenza impugnata ritiene che il reato di cui all’articolo 434 cod. pen. sia ancora perseguibile sul presupposto, anzitutto, che l’ipotesi del comma 2 di tale norma costituisca una fattispecie autonoma e in relazione a tale impostazione il ricorso dell’imputato articola molteplici censure.

Con le precisazioni e nei limiti che si diranno, deve riconoscersi che si tratta di deduzioni fondate.

5.1. La giurisprudenza di questa Corte è assolutamente concorde nel ritenere che il capoverso dell’articolo 434 cod. pen. introduce un’ipotesi di reato aggravato dall’evento.

Basterà citare, tra molte, Sez. 4, n. 15444 del 18/01/2012, Tedesco, Rv. 253501 (che in parte motiva ricorda che l’ordinamento penale contempla nel caso dell’articolo 434 una fattispecie di attentato, contrassegnata dal pericolo di crollo o di disastro innominato, aggravata dalla verificazione dell’evento); Sez. 3, n. 46189 del 14/07/2011, Passatello, Rv. 251592 (che richiama Sez. 4, n. 4675 del 17/05/2006, dep. 2007, Bartalini, già citata); Sez. 4, n. 36626 del 05/05/2011, Mazzei, Rv. 251428 (secondo cui il disastro innominato di cui all’articolo 434 cod. pen. è un delitto a consumazione anticipata, in quanto la realizzazione del mero pericolo concreto del disastro è idonea a consumare il reato mentre il verificarsi dell’evento realizza la fattispecie aggravata, rimarcando che il dolo è intenzionale rispetto all’evento di disastro ed è eventuale rispetto al pericolo per la pubblica incolumità); Sez. 1, n. 1332 del 14/12/2010, Zonta, Rv. 249283 (che ricorda come, rispetto alla ipotesi di attentato del comma 1, il verificarsi del fatto lesivo, verso cui l’azione, causalmente orientata, deve dirigersi, è preso in considerazione dal comma 2, con aggravamento di pena); la stessa Sez. 4, n. 4675 del 2007, Bartalini (citata, che ricorda che nell’articolo 434 la soglia per integrare il reato è anticipata, nel comma 1, al momento in cui sorge il pericolo per la pubblica incolumità e che, qualora il disastro si verifichi, risulta integrata la fattispecie aggravata prevista dallo stesso articolo 434, comma 2); e, meno esplicitamente, ma incontrovertibilmente: Sez. 1, n. 7629 del 24/01/2006, Licata, Rv. 233135.

5.2. La tesi della Corte di merito, secondo cui in base ai principi di Sez. U, n. 26351 del 26/06/2002, Fedi, sarebbe possibile giungere alla conclusione che si tratta di fattispecie autonoma, tradisce all’evidenza la ratio decidendi di tale pronunzia, soffermandosi su criteri che le Sezioni Unite chiaramente considerano non conducenti e trascurando quello che, come efficacemente sintetizza Sez. U, n. 4694 del 27/10/2011, dep. 2012, Casani, Rv. 251270, è il nocciolo reale della soluzione della questione affrontata dalla sentenza Fedi e che risiede nella constatazione “che l’unico criterio idoneo a distinguere le norme che prevedono circostanze da quelle che prevedono elementi costitutivi della fattispecie è il criterio strutturale della descrizione del precetto penale”.

E nel caso in esame, in cui il capoverso si limita ad affermare che “la pena è della reclusione da tre a dodici anni se il crollo o il disastro avviene”, senza neppure richiamare il “fatto” descritto al comma 1, ancor più che in quello esaminato dalla sentenza Fedi, può dirsi che la descrizione dell’ipotesi del comma 2 non solo non reca alcuna diversa formulazione degli elementi essenziali, materiali e psicologici, del delitto nè in alcun modo consente di considerarli diversamente, ma alla fattispecie descritta nel comma 1 completamente si riporta introducendo soltanto la considerazione di un evento, ulteriore, di danno che consiste nella mera realizzazione di quello già considerato a fini intenzionali nel comma 1; sicchè tra le due ipotesi intercorre un evidente rapporto di specialità unilaterale, per specificazione o per aggiunta, tipica del rapporto esistente tra titolo di reato e circostanza, nel senso che la seconda include tutti gli elementi essenziali del primo con la specificazione o l’aggiunta di un fattore che ne aggrava la lesività e che consiste nel caso in esame appunto nella materiale realizzazione dell’evento già incluso come mera finalizzazione della condotta nel primo. E restando immutata la struttura essenziale del reato, non cambia neppure il bene giuridico tutelato. Nè incide l’osservazione ricorrente secondo cui il dolo di disastro sarebbe intenzionale nel comma 1 mentre sarebbe semplicemente diretto o generico nel secondo; tale opinione discendendo dalla considerazione che si tratterebbe di dolo rivolto verso elemento che nel comma 1 è esterno rispetto alla realizzazione della fattispecie e che viene a formare invece l’oggetto della fattispecie (aggravata) nel secondo. Cosa che, in definitiva, non serve a negare che in entrambe le ipotesi si richieda l’intenzione di provocare il disastro, per entrambe mantenendosi il carattere di dolo eventuale quanto al pericolo della pubblica incolumità.

5,3. Non conducenti paiono quindi gli argomenti che riposano sulla natura di delitto di attentato dell’ipotesi del comma 1; sull’assimilabilità di questo al tentativo; sull’affermazione che di principio il codice penale considera le fattispecie di delitto tentato autonome rispetto a quelle di delitto consumato; sull’evocazione, a contrario, dell’articolo 59 cod. pen..

Che il comma 1 preveda un’ipotesi a consumazione anticipata, riconducibile allo schema del delitto di attentato, ovvero del tentativo, è considerazione a grandi linee condivisa da giurisprudenza e dottrina. E sarebbe d’altronde sterile ai fini che qui interessano soffermarsi sulla eventuale astratta differenza strutturale tra le due forme (attentato e tentativo). Già la Relazione del Guardasigilli al codice riconosceva, con riferimento all’articolo 434, comma 1 che “Non è difficile stabilire quale sia il significato di “fatto diretto”. In sostanza trattasi di fatti, che, per la loro direzione e per la loro attitudine materiale ed obiettiva rientrerebbero nella sfera del tentativo rispetto all’evento voluto dall’agente, ma che la legge considera come sufficienti alla perfezione di un delitto autonomo”.

Quello che conta, invece, è che il legislatore, in questo come in altri analoghi delitti di attentato, ha inteso delineare autonomamente una fattispecie a consumazione anticipata, sottraendola alle regole generali della disciplina del tentativo, così rendendo, tra l’altro, irrilevanti le evenienze del terzo e quarto comma dell’articolo 56 (desistenza volontaria e impedimento volontario dell’evento) e strutturando quindi alla stregua di fattispecie aggravata l’ipotesi dell’evento realizzato. La conformazione del delitto come fattispecie di attentato eventualmente aggravato dall’evento corrisponde dunque ad una precisa scelta normativa, sorretta dalla medesima logica di politica criminale che assiste l’opzione di arretrare, eccezionalmente, la soglia della consumazione alla commissione del “fatto diretto a”.

La tesi della teorica inconciliabilità della configurazione dell’evento realizzato come fattispecie aggravata del delitto d’attentato, per una sorta di analogia sistematica con la disciplina del tentativo, ha dunque il difetto di pretendere di interpretare la disciplina particolare del delitto di attentato sulla base delle regole generali riferibili al delitto tentato: istituto simile, ma al quale il legislatore, disegnando la fattispecie come delitto di attentato, deliberatamente ha voluto non si facesse ricorso.

Riceve, peraltro, esplicita – inequivocabile – smentita, ad esempio, nell’articolo 280 cod. pen., comma 5 ove espressamente si qualificano aggravanti le ipotesi previste ai commi precedenti, riferite appunto agli eventi realizzati.

Un cenno merita infine l’obiezione, anche di recente ripresa da qualche voce, che fa leva sull’assunto che sarebbe incompatibile con la disciplina dell’articolo 59 cod. pen. una fattispecie circostanziale che si riferisce alla realizzazione di un evento che deve essere oggetto di intenzione. L’articolo 59, comma 2, stabilisce ora che le “circostanze” aggravanti si valutano a carico dell’agente “soltanto se da lui conosciute ovvero ignorate per colpa o ritenute inesistenti per errore determinato da colpa”. Con ciò però pone un limite minimo per l’attribuzione di responsabilità, ma non impedisce in alcun modo che il legislatore possa innalzare la soglia di imputazione dell’elemento aggravante, espressamente prevedendo che sia addebitabile solo se voluto. È, d’altra parte, quanto espressamente si chiariva, pure con riguardo alla previgente previsione dell’articolo 59 c.p., comma 1, coeva alla formulazione della norma incriminatrice in esame, nella Relazione al … osservandosi: “non si nega che, in qualche ipotesi, possa apparire eccessivo porre a carico del colpevole le circostanze secondo la disposizione dell’epoca non conosciute, o non volute; ma senza alterare la regola generale, questi casi sono tenuti nella debita considerazione dal Codice. Per ciò appunto l’articolo 59 comincia(va) con la riserva: “salvo che la legge disponga altrimenti”“; e che, in costanza della precedente formulazione, faceva dire alla dottrina che l’espressione “”anche se” non prevista”, non escludeva di necessità che in forza di una disposizione particolare potesse costituire aggravante la realizzazione di un risultato solo se previsto o addirittura voluto.

6. La consumazione del delitto aggravato.

La considerazione della realizzazione del disastro alla stregua di aggravante non comporta tuttavia, ad avviso del Collegio, che, ai fini della individuazione della data di consumazione del reato e della decorrenza quindi dei termini di prescrizione, l’evento non debba essere considerato.

6.1. Secondo la definizione più comune, il reato è consumato allorchè la fattispecie è compiutamente realizzata e si ha così piena corrispondenza tra modello legale e fatto concreto. Dottrina attenta e una parte considerevole della giurisprudenza distinguono però perfezione e consumazione, osservando che la realizzazione di tutti gli elementi della fattispecie nel loro contenuto “minimo” coincide con la perfezione del reato, e segna così la linea di confine per la configurabilità del tentativo, ma non sempre e non necessariamente ne esaurisce la consumazione, da intendere quale momento in cui si chiude l’iter criminis e il reato perfetto raggiunge la massima gravità concreta riferibile alla fattispecie astratta e si apre la fase del posi factum.

Con il corollario essenziale, dunque, che esaurimento della consumazione non significa esaurimento di tutti gli effetti dannosi collegati o collegabili alla realizzazione della fattispecie, giacchè: o gli effetti dannosi coincidono con l’evento, ed allora l’esaurimento coincide con la consumazione; oppure si tratta di effetti ulteriori, ed allora questi possono essere presi in considerazione ai fini della gravità del reato o del danno risarcibile, ma non incidono sul momento (consumativo) del reato.

6.2. La distinzione viene così sostanzialmente a coincidere con quella tra inizio e cessazione della consumazione ed assume rilevanza, ai fini del decorso del termine della prescrizione, nei reati a consumazione protratta per definizione normativa, quali sono i reati permanenti, in cui (come evidenziano Sez. U, n. 17178 del 27/02/2002, Cavallaro, Rv. 221400, e Sez. U, n. 18 del 14/07/1999, Lauriola, Rv. 213932, citando Corte cost. n. 520 del 1987) la fattispecie è caratterizzata dal fatto che “la durata dell’offesa è espressa da una contestuale duratura condotta colpevole dell’agente”, o i reati necessariamente abituali; e può in concreto venire in rilievo nei reati eventualmente abituali e nei reati cosiddetti istantanei realizzati mediante una condotta prolungata, o frazionata, non richiesta dalla fattispecie astratta pur non essendo con essa incompatibile (si pensi all’omicidio realizzato mediante somministrazione di dosi via via più letali di un veleno, al crollo determinato mediante la provocazione di successive insistenti lesioni strutturali; all’estorsione con cui si richiedono pagamenti rateali).

Ma non esplica alcuna funzione, come riconoscono dottrina e giurisprudenza consolidate, ai fini della individuazione del momento consumativo, e quindi anche del dies a quo della prescrizione, in riferimento agli effetti prolungati o permanenti dei reati istantanei o a condotta comunque esaurita (tra moltissime, oltre a Sez. U, Lauriola, citata, Sez. U, n. 3 del 22/03/1969, Brunetti, Rv. 111410, in tema di contraffazione di atto pubblico; Sez. U, n. 8 del 28/02/2001, Ferrarese, Rv. 218768, in tema di fraudolento trasferimento di valori; Sez. 6, n. 25976 del 04/05/2010 Silvestri, Rv. 247819, in tema di evasione; Sez. 3, n. 42343 del 09/07/2013, Pinto Vraca, Rv. 258313, in tema di abbandono di rifiuti). Ciò appunto perchè nei cosiddetti reati ad effetti permanenti non si ha il protrarsi dell’offesa dovuta alla persistente condotta del soggetto agente, ma ciò che perdura nel tempo sono le sole conseguenze dannose del reato. E poichè quasi tutti i reati possono avere conseguenze più o meno irreparabili in relazione non solo alla loro intima struttura (si pensi all’omicidio) ma anche alle imponderabili variabili dei singoli casi concreti (si pensi all’evasione, al danneggiamento), in realtà quella dei reati ad effetti permanenti neppure può considerarsi categoria dotata di autonoma rilevanza, se non, forse, ai fini di precisarne la distinzione rispetto ai reati permanenti, abituati o a consumazione prolungata.

6.3. Sulla base delle stesse considerazioni anche il problema della data di consumazione del reato aggravato dall’evento, che qui interessa, appare risolvibile quindi nel senso che il maggiore evento sposta la data di consumazione.

In altri termini, come già affermava Sez. 5, n. 7119 del 20/06/1972, Sabatini, Rv. 122150 (in tema di false dichiarazioni), la prescrizione decorre, per il reato consumato, dal giorno della consumazione; la consumazione si ha quando la causa imputabile ha prodotto interamente l’evento che forma oggetto della norma incriminatrice; nulla consente di affermare che nella nozione di evento rientrino solo i risultati che sono assunti come elementi costitutivi del reato e non anche quelli che importano un aggravamento della pena; per conseguenza, in caso di reato aggravato dall’evento, l’iter criminoso si conclude col verificarsi di detto evento (nello stesso senso Sez. 1, n. 2181 del 13/12/1994, Graniano, Rv. 200414, con riferimento all’ipotesi dell’articolo 437 c.p., comma 2).

D’altronde, come è noto, nel sistema codicistico possono distinguersi grossomodo tre regimi di imputazione dell’evento aggravatore: quelli per cui è indifferente che esso sia voluto (calunnia); quelli per cui l’evento è previsto come finalità originaria dell’agente (reati a consumazione anticipata); quelli in cui l’evento non deve essere nè voluto nè previsto perchè costituirebbe in tale caso delitto autonomo, concorrente e autonomamente punibile (maltrattamenti, abbandono, omissione di soccorso).

Prescindendo dalle ipotesi che qui non ricorrono, non essendo questa la sede per dissertazioni generali, non è da dubitare che nelle ipotesi in cui l’evento aggravante è previsto come finalità originaria dell’agente, l’approfondimento della lesione è tipizzato nella stessa norma incriminatrice alla stregua di conseguenza legata alla medesima condotta, in relazione alla quale si configura dunque un doppio evento, il secondo dei quali non rappresenta mero effetto dannoso esterno alla fattispecie astratta ma è per ogni aspetto evento interno ad essa, persino sotto il profilo del dolo, e perciò tipico, seppure non necessario per il perfezionamento nella forma “minima”, prevista per il titolo.

6.4. In conclusione, deve riconoscersi che nell’ipotesi di cui all’articolo 434 c.p., comma 2, la realizzazione dell’evento disastro funge da elemento aggravatore ma la data di consumazione del reato comunque coincide con il momento in cui l’evento si è realizzato.

7. L’evento disastro.

Il punto focale della questione relativa alla consumazione del reato torna così ad essere quello della individuazione del disastro che costituisce l’evento tipico della fattispecie dell’articolo 434 c.p., comma 2.

7.1. Per meglio comprendere l’architettura della sentenza impugnata e l’evidente sforzo compiuto dai giudici del merito per disegnare una nozione di disastro che a loro avviso consentiva di escludere che il delitto fosse prescritto, è opportuno tuttavia ricapitolare l’impostazione accusatoria e gli approdi raggiunti al proposito nelle sentenze di primo e secondo grado.

Come emerge dalle imputazioni riportate e da quanto già evidenziato in Fatto, la contestazione si riferiva sin dall’inizio soltanto ai delitti contro l’incolumità pubblica di cui agli articoli 437 e 434 cod. pen., nella forma aggravata dagli eventi descritti ai rispettivi capoversi.

Per quanto concerne in particolare il delitto di cui al capo B), di disastro innominato, la circostanza che la contestazione non annettesse rilievo individuale ai singoli eventi lesivi, pur elencati, di malattia e di morte (con la conseguente possibilità di inquadrarli all’interno di corrispondenti figure di reato contro la persona), valorizzando al contrario il carattere unitario dell’evento disastro (inteso, come meglio si dirà, quale evento-offesa alla vita ed alla salute di un numero indeterminato di persone), risultava avvalorata dal fatto che il compendio probatorio si basava essenzialmente su indagini epidemiologiche svolte sulle popolazioni dei soggetti esposti all’amianto della Eternit; che non risultavano effettuati accertamenti sui nessi di causalità individuali; che il Tribunale, prima, e la Corte di appello, poi, hanno a tale riguardo negato l’ingresso delle prove richieste da imputati e responsabili civili osservando (come anticipato) che “detto accertamento, impraticabile nell’ambito del presente procedimento (attese le migliaia di persone fisiche costituitesi parti civili e la peculiarità di ciascuna posizione), non risulta neppure pertinente all’oggetto dello stesso, che è rappresentato da un fenomeno unitario, riferibile a gruppi di persone e non ai singoli individui che compongono tali gruppi, e la cui incidenza è stata rilevata e studiata attraverso l’applicazione del diverso concetto di causalità collettiva”; che a tutte te parti civili è stato riconosciuto, infine, un medesimo danno “da esposizione”, a prescindere dalle singole patologie riscontrate e dagli esiti delle stesse. Da rimarcare è inoltre la circostanza, di cui pure s’è detto, che sulla base di rilievi analoghi (e pur affermando in premessa che all’indagine epidemiologia andava riconosciuta la natura di disciplina scientifica in quanto basata su dati empirici suscettibili di verificazione e falsificazione), i giudici di merito hanno anche respinto tutte le eccezioni relative alla mancata o incompleta ostensione dei cosiddetti “dati grezzi” (elementi conoscitivi) posti a fondamento delle consulenze epidemiologiche del Pubblico ministero, osservando che si trattava di dati che le parti potevano autonomamente acquisire aliunde (aspetto questo che, al di là di ogni altra considerazione, è stato comunque autonomamente contestato dai ricorrenti sul rilievo, documentato, che gli elementi utilizzati dai consulenti dell’accusa erano risultati acquisibili da alcune banche dati solo grazie a decreti di esibizione del Pubblico ministero).

7.2. Si è dato conto, in Fatto ai punti 3.1. e 3.2., della diversità, inoltre, delle conclusioni raggiunte dal Tribunale e dalla Corte di appello in relazione alla individuazione in concreto dell’evento disastro addebitabile agli imputati.

Qui è sufficiente ricordare che per i Tribunale costituiva disastro ciascuno dei macro-eventi di (protratto) inquinamento (straordinariamente gravi e complessi, dotati di prorompente diffusione nell’ambiente e tali da esporre al pericolo collettivamente un numero indeterminato di persone all’interno e all’esterno degli stabilimenti) realizzati nei quattro siti.

Più in particolare, argomentando in base alla sentenza n. 4675 del 2007 (Porto Marghera), ampiamente citata, il Tribunale riteneva che il delitto di disastro innominato può assumere il carattere di reato eventualmente permanente, e che secondo la pronunzia richiamata il reato si consuma in tale caso “sino a che perdura l’evento-disastro, ma ciò a condizione che l’evento-disastro perduri nel tempo per effetto di una persistente condotta del reo”. Sennonchè poi affermava che “nei delitti ad evento naturalistico il momento di consumazione del reato è determinato dal tempo in cui si verifica l’evento e non da quello in cui viene realizzata la condotta e l’evento può verificarsi anche molto tempo dopo la realizzazione della condotta”, traendone la conseguenza che la consumazione del reato andava rapportata alla situazione di perdurante incontrollata contaminazione dei siti. Perciò, secondo il Tribunale, mentre per (omesso)         , non interessati dalla diffusione del “ed. polverino”, gli interventi di delimitazione dei siti e di inibizione all’accesso consentivano di ritenere che da circa quindici anni almeno era cessata quella situazione di forte e grave pericolo per l’incolumità e la salute delle persone che caratterizza il disastro, non altrettanto poteva dirsi per (omesso)          , in considerazione del risultato di devastante inquinamento ed avvelenamento dei siti e del territorio prodotti dallo scellerato abbandono di materiali di scarto in discariche di fortuna a cielo aperto, di scarico di reflui liquidi contenenti amianto nel fiume Po, di cessione di feltri e, soprattutto, del polverino e di scarti di lavorazione, nonchè dall’abbandono degli stabilimenti dopo il fallimento e dalla, anche successiva, diffusione delle polveri di amianto che ciò aveva inevitabilmente comportato: tanto avendo “finito per creare”, per detti siti di (omesso)                     , “una situazione di disastro totale e generalizzato, ancor oggi non completamente individuabile e localizzabile”.

La nozione di disastro veniva dunque formalmente ricondotta dal Tribunale alla immutato loci produttiva di pericolo per l’incolumità, ma, pur riconoscendosi che la condotta degli imputati si era conclusa al più tardi nel 1986, alla data del fallimento, la consumazione del reato veniva poi collegata non già al verificarsi, pur nella sua massima estensione, dell’evento disastroso della contaminazione ambientale produttiva di pericolo determinata da tale condotta, bensì al perdurare nel tempo delle conseguenze pericolose della contaminazione stessa.

7.3. Per la Corte di appello, invece, il disastro poteva ritenersi ancora in atto per tutti i siti, sul rilievo che l’eccezionale aumento del rischio di contrarre gravi patologie dell’apparato respiratorio, reso evidente dalle indagini epidemiologiche, costituiva un fenomeno epidemico che non rientrava tra gli effetti del disastro, ma era, al contrario, insieme con l’immutatio loci, uno degli elementi che concorrevano ad integrare l’evento del reato sotto il profilo della necessaria messa in pericolo dell’incolumità di un numero indeterminato di persone (“il fenomeno epidemico oggetto di contestazione è legato strettamente al modo con cui si configura il pericolo, quindi il fenomeno in esame è uno degli elementi che nel caso di specie contribuiscono ad integrare l’evento”).

Si affermava perciò che per nessuno dei quattro siti l’evento disastro poteva considerarsi esaurito e per nessuno di essi il delitto contestato al capo B) poteva ritenersi prescritto, dal momento che, secondo la Corte di appello: “la consumazione del reato deve correttamente essere individuata …, soltanto nel momento in cui l’eccesso numerico dei casi di soggetti deceduti o ammalati rispetto agli attesi, specificamente riscontrato dalle indagini epidemiologiche in relazione a tali siti, sarà venuto meno. Soltanto allora il reato di disastro innominato si potrà ritenere consumato e potrà iniziare a decorrere il termine della prescrizione.”.

7.4. Nessuna di dette costruzioni può essere condivisa.

Il Tribunale ha confuso non solo le nozioni di reato permanente e di reato così detto istantaneo a condotta perdurante, ma, soprattutto, le nozioni di evento differito e di effetti permanenti, istituendo una inedita nozione di evento permanente indipendentemente dal perdurare della condotta che gli ha dato origine, idoneo a determinare lo spostamento della consumazione del reato sino alla cessazione degli effetti oggettivi dell’evento stesso. Che sarebbe come dire che in caso di lesioni il reato si consuma non quando la malattia viene prodotta o si manifesta, ma quando la persona offesa guarisce.

È evidente, in effetti, che in tanto nel reato permanente (e nel reato istantaneo a condotta perdurante) si determina uno spostamento in avanti della consumazione rispetto al momento di iniziata realizzazione del reato, in quanto, e fino a quando, la condotta dell’agente “sostenga” concretamente la causazione dell’evento. Del tutto diversa è invece l’ipotesi del reato a evento differito, nel quale si ha semplicemente un distacco temporale fra la condotta e l’evento tipico ad essa causalmente collegato; laddove, nel caso in esame, l’evento disastroso si è realizzato contestualmente al protrarsi della condotta causativa e ha continuato a prodursi fino a che questa è stata perpetrata.

La Corte di appello, probabilmente avvedendosi della confusione, ha invece cercato di ricondurre il concreto manifestarsi del persistente pericolo per la pubblica incolumità nell’alveo dell’evento disastro, facendo coincidere questo con il fenomeno definito epidemico, di eccessiva morbilità, e individuando così la consumazione del reato nell’ipotetico momento, non ancora asseritamente verificatosi, di recessione di tale fenomeno.

Al riguardo occorre, per prima cosa, ricordare che la fattispecie in esame si riferisce, come oggetto dell’intenzione al comma 1 e come evento al secondo, al solo “disastro”; non considera lesioni o morti come fini od eventi ulteriori, neppure sotto forma di aggravante.

L’incolumità personale (collettiva) entra nella previsione normativa del disastro innominato solamente sotto il profilo della pericolosità, o, come dice la Corte costituzionale, della proiezione offensiva della condotta, che ha ad oggetto specifico un evento materiale, il disastro, inteso come fatto distruttivo di proporzioni straordinarie, qualitativamente caratterizzato dalla pericolosità per la pubblica incolumità.

Tale qualità rileva ex se e in via immediata ai fini dell’incriminazione e non va confusa con i concreti effetti per l’incolumità delle persone, che rilevano ai soli fini della dimensione offensiva, com’è reso palese dalla pena comminata per la fattispecie aggravata dall’evento voluto: inferiore nel massimo persino a quella prevista per l’omicidio colposo plurimo. Non a caso nella Relazione del Guardasigilli (p. 2, p. 369) all’articolo 577 cod. pen. (circostanze aggravanti per l’omicidio) si osservava “Accanto al veneficio, ho dovuto prevedere la circostanza che l’omicidio sia consumato con altri mezzi insidiosi …. L’omicidio commesso col mezzo di incendio, sommersione o altro delitto di comune pericolo, rientra invece nel delitto di strage” (articolo 422, punito con l’ergastolo).

La Corte di appello, che, pur riconoscendo che l’evento integrante la fattispecie del capoverso dell’articolo 434 cod. pen. deve essere voluto, fa rientrare in esso lesioni e morti (sia pure sub specie di accadimenti statisticamente significativi), finisce al contrario per abbracciare una tesi che implicherebbe che l’articolo 434 cod. pen. rende punibile con pena massima sino a dodici anni la condotta di colui che dolosamente provoca, con la condotta produttiva di disastro, plurimi omicidi, ovverosia, in sostanza, una strage: cosa questa che – come giustamente ha rilevato il Procuratore generale – è insostenibile dal punto di vista sistematico, oltre che contraria al buon senso.

Sul piano teorico, non può dimenticarsi che il pericolo non è mai, in se stesso, un evento fisico naturale, bensì soltanto un giudizio qualitativo di probabilità – o, se si vuole, di apprezzabile possibilità – che ad un fatto ne segua un altro. Ciò che di naturalistico vi è nel pericolo è, in altri termini, solo il fatto – pura condotta o condotta più evento – cui va collegato il giudizio concernente il rischio di un effetto ulteriore. Pienamente condivisibile, perciò (alla luce del principio di offensività e dell’articolo 49 cod. pen.), l’opinione che per reati quali quello in esame, in cui il pericolo è assunto quale fattore di connotazione del fatto tipico (e delimitazione dell’oggetto della fattispecie), detto giudizio di probabilità dovrà informare anche la valutazione sulla obiettiva idoneità della condotta o dell’evento. Ma tale giudizio, ancorchè formulabile ex post rispetto all’evento cui la norma richiede debba collegarsi il pericolo di conseguenze ulteriori, non trasforma, de iure condito, l’effetto paventato in evento ulteriore del reato e non può spostarne la consumazione oltre l’esaurimento dell’iter criminoso tipico sino al momento di cessazione del pericolo, dando così al protrarsi nel tempo del “giudizio” di pericolosità un rilievo autonomo rispetto al presupposto fattuale cui deve necessariamente accedere.

In breve: il reato di disastro innominato contempla, nella forma aggravata, un evento che è appunto il disastro verificatosi; il disastro è da intendere, perchè sia assicurata, seguendo le rime obbligate desumibili dalla descrizione degli “altri disastri” nominati contemplati nel medesimo Capo I, la sufficiente determinatezza della fattispecie, come un fenomeno distruttivo naturale di straordinaria importanza (Corte cost. n. 327 del 2008); il pericolo per la pubblica incolumità, in cui risiede la ragione della incriminazione e che individua il bene protetto, funge da connotato ulteriore del disastro e serve a precisarne sul piano della proiezione offensiva le caratteristiche (Corte cost. n. 327 cit.); il persistere del pericolo, e tanto meno il suo inveramento quale concreta lesione dell’incolumità, non sono richiesti per la realizzazione del delitto (Corte cost. cit.) e non essendo elementi del fatto tipico non possono segnare la consumazione del reato, perchè, come icasticamente osserva Sez. 4, n. 32170 del 28/05/2014, Vicini (in un precedente del tutto conforme alla presente pronuncia), “non si deve confondere l’evento pericoloso con gli effetti che ne sono derivati”.

Perciò, mentre il Tribunale ha confuso la permanenza del reato con la permanenza degli effetti del reato, la Corte di appello ha inopinatamente aggiunto all’evento costitutivo del disastro eventi rispetto ad esso estranei ed ulteriori, quali quelli delle malattie e delle morti, costitutivi semmai di differenti delitti di lesioni e di omicidio, non oggetto di contestazione formale e in relazione ai quali in entrambi i giudizi di merito era stata espressamente respinta qualsiasi richiesta volta alla verifica dei nessi di causalità con la contaminazione ambientale.

Proprio la sentenza impugnata, in particolare, ha giustificato tali dinieghi esclusivamente sul rilievo che si trattava di eventi ulteriori non oggetto in quanto tali di contestazione, facendo ricorso ad affermazioni quali quella che “la prova del disastro è riferibile ad un concetto di causalità collettiva … che riflette una condizione della realtà distinta da quella relativa ai singoli infortuni, perchè li abbraccia, unificandoli come episodi particolari di un fenomeno più esteso e li sussume, quindi, entro una categoria tassonomica di carattere generale: appunto quella di disastro”, che sovrappone, appunto, all’accadimento straordinario normativamente previsto i suoi effetti concreti sulla collettività.

Non risultano dunque evocati, in relazione ai singoli casi, nè la natura di malattia professionale dell’asbestosi nè saperi scientifici che consentissero di escludere con elevata credibilità razionale eziologie alternative del mesotelioma polmonare e di risolvere univocamente il problema del rapporto tra periodi di esposizione, responsabilità dell’imputato in relazione a tali periodi, nonchè eventuale effetto acceleratore delle esposizioni frazionate a lui imputabili (Sez. 4, n. 43786 del 17/09/2010, Cozzini, Rv. 248943).

E neppure si è fatto riferimento, sulla base delle evidenze epidemiologiche e in relazione alle morti da mesotelioma o a quelle da tumori polmonari in eccesso rispetto alle “attese” (per bacini di popolazione omogenea), alla teoria, suggerita con riferimento a vicende quali quella in esame da voci della Dottrina, dell’accertamento alternativo (alla tesi, cioè, che l’evidenza epidemiologica, verificata, serve e basta per l’affermazione di responsabilità per una determinata quota di decessi, a prescindere dalla individuazione di quali; per altro concettualmente in contrasto con l’indiscriminato riconoscimento di un diritto al risarcimento del danno da esposizione per tutte le persone offese costituitesi parti civili), la cui validità non è perciò suscettibile di esame in questa sede.

8. La prescrizione del reato di disastro.

Discende da quanto evidenziato che nel caso in esame la consumazione del reato di disastro non può considerarsi protratta oltre il momento in cui ebbero fine le immissioni delle polveri e dei residui della lavorazione dell’amianto prodotti dagli stabilimenti della cui gestione è attribuita la responsabilità all’imputato: non oltre, perciò, il mese di giugno dell’anno 1986, in cui venne dichiarato il fallimento delle società del gruppo, venne meno ogni potere gestorio riferibile all’imputato e al gruppo svizzero e gli stabilimenti cessarono, secondo quanto riferiscono le stesse sentenze di merito, l’attività produttiva che aveva determinato e completato per accumulo e progressivo incessante incremento la disastrosa contaminazione dell’ambiente lavorativo e del territorio circostante.

8.1. Non può annettersi invece rilevo, nella situazione normativa data, alla circostanza (richiamata anche da alcuni difensori delle parti civili in sede di discussione orale) della mancata o incompleta bonifica dei siti.

Attribuirne la penale responsabilità all’imputato a titolo di protrazione della condotta costitutiva del disastro postulerebbe che si potesse ricostruire la fattispecie in termini bifasici: una prima commissiva e una seconda omissiva, violativa dell’obbligo di far cessare la situazione antigiuridica prodotta. Ma la fattispecie incriminatrice non reca traccia di tale obbligo, nè esso, o altro analogo, può desumersi dall’ordinamento giuridico, specie se riportato al momento in cui lo stesso dovrebbe considerarsi sorto (1986).

D’altronde, come è stato efficacemente osservato a proposito della risalente analoga teorizzazione formulata con riferimento alla configurazione del reato permanente, “se fosse concepibile un obbligo secondario di rimozione e se il suo contenuto fosse quello di ripristinare l’assetto degli interessi offesi con l’azione o di attuare gli scopi negletti con l’omissione, non si comprenderebbe perchè tale obbligo non dovrebbe operare rispetto a ogni fattispecie che non contempli la distruzione del bene protetto, qualificando come permanente il relativo reato (in tal modo, il furto o la ricettazione – universalmente riconosciuti come reati istantanei – dovrebbero essere considerati reati permanenti fino alla restituzione al proprietario del bene sottratto)” (Sez. U, n. 17178 del 27/02/2002, Cavallaro, cit.); dovendo al contrario riconoscersi che ritenere incriminabile “anche la successiva omissione di una contro-condotta”, costituirebbe violazione del principio di tipicità e di tassatività che governa la materia penale (Sez. U, n. 18 del 14/07/1999, Lauriola, cit.).

8.2. Non pertinenti appaiono inoltre, per il caso concreto, le deduzioni (pure articolate in sede di discussione orale dalle parti civili) sulla irragionevolezza di un sistema normativo che non annette valore, ai fini dello spostamento del decorso del termine di prescrizione, alla tardiva scoperta di un evento lesivo verificatosi molto lontano nel tempo.

Il tema è oltremodo serio e meriterebbe riflessioni approfondite, specie con riferimento alla ipotesi dell’evento o del danno occulto, ovvero alla situazione in cui l’evento lesivo si è compiutamente già realizzato nella sua massima estensione ma è stato o è rimasto nascosto agli inquirenti: evenienza a sua volta sensibilmente differente sul piano fenomenologico e concettuale sia da quella dell’evento a distanza (pure evocata facendosi l’esempio di ordigno esplosivo seppellito che esplode dopo moltissimo tempo) sia da quella del danno così detto lungo-latente cui si riferiscono, in ambito civile e agli effetti del risarcimento, Corte EDU sentenza 11 marzo 2014, Howald Moor e altri c. Svizzera (relativa al caso di operaio, deceduto nel 2005, che nel maggio 2004 aveva appreso di essere affetto da un mesotelioma pleurico maligno per essere stato esposto all’amianto negli anni 1960-1970 in ambiente di lavoro) e la giurisprudenza civile di legittimità in tema di esordio della prescrizione ai sensi dell’articolo 2947 cod. civ., ampiamente in linea con la posizione della Corte di Strasburgo in merito alla decorrenza del termine prescrizionale dalla manifestazione del danno in tutte le sue componenti nei casi in cui si riscontra un significativo scollamento temporale tra insorgenza del pregiudizio e condotta che lo cagiona (cfr., tra molte, Sez. U civ, n. 23763 del 14/11/2011, Rv. 619392, e n. 27337 del 18/11/2008, Rv. 605537).

Nessuna di dette evenienze, invero, assume rilievo nella fattispecie in esame.

Non l’ipotesi dell’evento a distanza (sicuramente riconducibile alla nozione di consumazione rilevante ai sensi dell’articolo 158 cod. pen.), perchè nel caso in esame l’evento, consistendo nella immutatio loci, si è realizzato ed è venuto ad acquistare le connotazioni di straordinaria portata degenerativa dell’habitat naturale parallelamente e contestualmente alla prosecuzione dell’attività di lavorazione dell’amianto, e il momento di sua massima espansione sotto l’aspetto del fenomeno distruttivo naturalistico così innescato per fatto dell’imputato non può collegarsi a momenti successivi alla chiusura degli stabilimenti.

Non l’ipotesi del danno lungo-latente riferita alle patologie asbesto correlate, perchè, a prescindere dal problema della possibile rilevanza anche in materia penale del momento della manifestazione piuttosto che della teorica insorgenza del male conseguente a condotta illecita, malattie e morti, come detto, non costituiscono l’evento del reato di disastro e potevano semmai venire presi in considerazione quali eventi individuali di reati di lesioni e omicidi, invece non contestati.

Non infine l’ipotesi dell’evento occulto, giacchè – ripetuto che il danno rilevante ai fini della consumazione e del decorso della prescrizione è soltanto quello che coincide con l’evento tipizzato, e dunque con il disastro ambientale – l’impostazione accusatoria e le condanne pronunziate dai giudici di merito presuppongono che già quando l’odierno imputato aveva assunto la responsabilità della gestione del rischio di amianto per le aziende Eternit Italia, gli effetti “disastrosi” della lavorazione (almeno quella non adeguatamente controllata) dell’asbesto erano scientificamente noti.

8.3. D’altronde non può dimenticarsi che, come ricordano tra molte Corte cost. n. 434 del 2003 e n. 376 del 2008, il problema della efficacia morbigena delle polveri di amianto, ancorchè non bene identificati i modi, i tempi e i livelli di concentrazione della esposizione produttiva delle patologie tumorali, venne posto in luce in sede comunitaria agli inizi degli anni ottanta, e la lavorazione dell’amianto è stata oggetto di interventi dapprima limitativi poi inibitori che partono dalla direttiva CEE n. 477 del 19 settembre 1983.

Nelle considerazioni premesse a tale direttiva già si dava atto della nocività dell’amianto e si rilevava che erano numerose le situazioni di lavoro in cui tale agente nocivo era presente, pur ammettendosi che le conoscenze scientifiche dell’epoca non consentivano di stabilire il livello al di sotto del quale non vi fossero più rischi per la salute. Sulla base di tali considerazioni, la direttiva dettava una serie di disposizioni volte, anzitutto, ad accertare, mediante le opportune notifiche da parte delle imprese, le lavorazioni comunque comportanti l’uso dell’amianto ed i livelli di concentrazione e ad ottenere la eliminazione di un certo tipo di lavorazione (applicazione dell’amianto a spruzzo: articolo 5), l’adozione di misure concernenti le modalità di svolgimento delle lavorazioni, la protezione degli ambienti in cui si svolgevano, ed, infine, l’accertamento delle condizioni di salute dei lavoratori e la dotazione di idonei equipaggiamenti individuali, qualora non fosse stato possibile eliminare altrimenti i rischi. A tale direttiva gli Stati membri avrebbero dovuto dare attuazione entro il 1 gennaio 1987, ad esclusione che per le attività estrattive dell’amianto, per le quali era previsto un termine più lungo. L’Italia non adottò per tempo i provvedimenti dovuti, e la Corte di giustizia delle Comunità Europee, a seguito di procedura di infrazione promossa dalla Commissione, con sentenza 13 dicembre 1990, n. 240, la dichiarò inadempiente agli obblighi che le incombevano in forza del Trattato CEE.

Successivamente il Consiglio emise la direttiva n. 382 del 1991 con la quale, “considerando che, l’amianto è un agente particolarmente pericoloso che può provocare malattie gravi ed è presente in varie forme in numerose situazioni di lavoro”, vietò, in aggiunta alla applicazione a spruzzo, altre forme d’impiego del materiale e indicò nuovi valori-limite, pur dando atto che non poteva ancora essere adottata una decisione che stabilisse “un unico metodo di misurazione del tenore di amianto nell’aria a livello comunitario”. Per dare attuazione alla direttiva n. 477 del 1983 e alle altre concernenti la protezione dei lavoratori contro i rischi derivanti da esposizione ad agenti chimici, fisici e biologici durante il lavoro, in esecuzione della delega di cui alla L. 30 luglio 1990, n. 212, articolo 7 venne emanato il Decreto Legislativo 15 agosto 1991, n. 277, il quale, tra l’altro, all’articolo 31 fissava valori-limite di esposizione alla polvere di amianto espressi come media ponderata in funzione del tempo di riferimento di otto ore. Con la L. 27 marzo 1992, n. 257, pubblicata un anno dopo, nella Gazzetta Ufficiale del 4 agosto 1993, vennero infine dettate “Norme relative alla cessazione dell’impiego dell’amianto”. E in detto contesto normativo vale ricordare che l’articolo 1, comma 1, individuava le finalità perseguite nella dismissione dell’amianto dalla produzione e dal commercio, nella cessazione dell’estrazione, dell’importazione, dell’esportazione, dell’utilizzazione di detto materiale e dei prodotti che lo contengono, nonchè nella bonifica delle aree inquinate, nella ricerca di materiali sostitutivi e nella riconversione produttiva, mentre l’articolo 10, comma 1, prevedeva che regioni e province autonome adottassero, entro centottanta giorni dalla data di emanazione del D.P.C.M. di cui all’articolo 6, comma 5, piani di protezione dell’ambiente, di decontaminazione, di smaltimento e di bonifica ai fini della difesa dai pericoli derivanti dall’amianto.

A tutto voler concedere, ed ammettendo in ipotesi che ai fini della nozione di evento “occulto” possa rilevare anche il ritardo nella informazione scientifica degli organi pubblici legato alla lentezza della risposta politica a problemi di tale fatta, almeno a far data dall’agosto dell’anno 1993 non poteva ignorarsi a livello comune l’effetto del rilascio incontrollato di polveri e scarti prodotti dalla lavorazione dell’amianto, definitivamente inibita, con comando agli enti pubblici di provvedere alla bonifica dei siti. E da tale data a quella del rinvio a giudizio (2009) e della sentenza di primo grado (del 13 febbraio 2012) sono passati ben oltre i 15 anni previsti, con eventuali atti interruttivi (12 anni più un quarto), per la maturazione della prescrizione in base alla L. n. 251 del 2005, per il reato in esame.

9. Le valutazioni conseguenti e ai sensi dell’articolo 129 cod. proc. pen..

Recessive rispetto alla rilevazione della prescrizione del delitto cui si riferisce la condanna della Corte di appello, devono considerarsi quindi tutte le altre questioni sollevate dall’imputato, dai responsabili civili e dalle parti civili.

9.1. Quanto alle eccezioni di carattere processuale, è evidente, difatti, che nessuna di esse – neppure quelle sulla incompetenza dell’Autorità giudiziaria torinese cui si legano le molte articolate contestazioni sulle ondivaghe statuizioni dei giudici di merito in ordine alla contestazione della data di commissione delle condotte – potrebbe portare a risultato diverso da un eventuale annullamento con rinvio: sul quale prevale però la regola della immediata declaratoria della estinzione del reato la cui causa, essendosi verificata alla sentenza di primo grado e non dipendendo dal riconoscimento di circostanze o da ulteriori accertamenti o valutazioni riservati al giudice del merito, inibisce la retrocessione del giudizio e travolge in radice tutte le statuizioni civili rese o reclamate (Sez. U, n. 17179 del 27/02/2002 Conti, Rv. 221403).

9.2. Per effetto della constatazione della prescrizione del reato, intervenuta anteriormente alla sentenza di primo grado, cadono altresì tutte le questioni sostanziali concernenti gli interessi civili e il risarcimento dei danni, ogni decisione in proposito essendo preclusa dagli articoli 538 e 578 cod. proc. pen., che legano la potestà del giudice penale a provvedere sulle domande civili all’esistenza di una sentenza di condanna agli effetti penali, almeno di primo grado.

9.3. Ragioni analoghe a quelle appena evidenziate rendono quindi recessive tutte le ulteriori questioni concernenti la responsabilità dell’imputato poste nel ricorso di questo.

Nessuna di esse appare difatti idonea a giustificare una pronunzia ai sensi dell’articolo 129 cod. proc. pen., comma 2 trattandosi di censure per lo più espressamente riferite alla motivazione, sicchè dal loro eventuale accoglimento potrebbe per definizione, al massimo, discendere un annullamento con rinvio. Ed anche laddove l’affermazione di responsabilità è formalmente censurata sotto profili di diritto, è nella sostanza la ricostruzione fattuale, meglio la valutazione della base fattuale, assunta a base della qualificazione giuridica, ad essere sindacata.

9,3.1. Tanto vale, in particolare, per le deduzioni con le quali si contesta la qualità di effettivo gestore e la posizione di garanzia attribuite all’imputato ricorrente in relazione alla sicurezza dei cicli di lavorazione e alla prevenzione ovvero al contenimento delle immissioni. Come avverte Sez. U, n. 38343 del 24/04/2014 Espenhahn, Rv. 261104 (cd. ThyssenKrupp), il tema involge la necessità di individuare e delimitare le sfere di responsabilità, in modo che, anche con riferimento ad organizzazioni complesse, il giudizio sulla “paternità dell’evento illecito” sia governato dai principi di causalità e personalità, che limitano l’imputazione penale dell’evento al soggetto che è effettivo “gestore” del rischio.

L’esigenza che ne discende chiama in causa la necessità di individuare non solo e non tanto il profilo del ruolo formalmente ricoperto, quanto, e soprattutto, la figura effettivamente chiamata a governare il rischio di cui si discute e la persona fisica che ha concretamente incarnato tale ruolo. L’evocazione di criteri squisitamente formali non può essere dunque sufficiente, nell’ambito di organizzazioni complesse d’impronta societaria, ad escludere in radice nè la veste datoriale nè il ruolo di effettivo gestore del rischio oggetto di specifica considerazione. Sicchè le censure concernenti la ragionata attribuzione all’odierno imputato di tali posizioni potrebbero, al più, essere considerate sotto l’aspetto di vizi della motivazione, il cui esame, in presenza di un compendio giustificativo che non lascia alcuno spazio all’apprezzamento della “evidente” inadeguatezza dei dati esposti o implausibilità delle conclusioni raggiunte, e che in punto di diritto è, per quanto evidenziato, ineccepibile, è precluso dalla rilevata prescrizione.

9.3.2. Concernono, ancora, questioni in fatto le deduzioni con cui si contesta il rilievo negato alla teoria della così detta “frigger dose”, o dose “killer”, rispetto alla quale le esposizioni successive riferibili al periodo di gestione attribuito all’imputato, decorrente da giugno 1976, sarebbero state del tutto ininfluenti.

Va per altro evidenziato che il tema evocato è quello della validità scientifica della teoria che annette efficacia causale, anche alla stregua di mero fattore di acceleratore del processo carcinogenetico, alla protrazione dell’esposizione dannosa nel corso dell’attività lavorativa, a prescindere dal momento di esposizione iniziale, e che comunque presuppone la validità della legge scientifica che afferma una relazione causale tra l’inalazione delle polveri di amianto e l’affezione tumorale denominata mesotelioma pleurico.

I giudici di merito, richiamate le acquisizioni scientifiche più accreditate, anche recenti, hanno replicato alle contestazioni difensive osservando come le indagini epidemiologiche effettuate confermassero che all’aumentare del grado di intensità dell’esposizione al fattore di rischio corrispondeva una riduzione della latenza e, soprattutto, un aumento statistico della patologie, e che tali dati non erano stati contestati neppure dalle difese dell’imputato se non in relazione alla sostenuta insussistenza di elementi idonei a comprovare i nessi di causalità individuale con riferimento ai cast di malattie e morti esposti nel capo d’imputazione.

La risposta, coerente con i rilievi di Sez. 4, n. 43786 del 17/09/2010, Cozzini, citata, in punto di probabilità statistica, soddisfa gli aspetti, che qui interessano, concernenti la proiezione offensiva in termini di rischio per la pubblica incolumità dell’evento del delitto di comune pericolo di cui all’articolo 434 cod. pen., costituito dalla immutatio loci. Mentre il dato concernente l’oggettivo incremento delle immissioni (e delle conseguenti esposizioni) per effetto dell’attività lavorativa proseguita nel periodo di gestione riferito all’imputato appare in fatto incontestabile.

9.3.3. Assorbite devono considerarsi, infine, anche le doglianze – esposte con particolare vigore in sede di discussione orale – collegabili, indirettamente (quelle relative all’impegno di spesa sostento per l’adeguamento e il miglioramento in termini di igiene e sicurezza dei cicli produttivi, che si lamenta arbitrariamente svalutato dalla sentenza impugnata) o direttamente, all’elemento soggettivo del reato.

Al riguardo può solo precisarsi che, al di là del percorso giustificativo seguito dalla sentenza di appello in punto di dolo, qualsiasi intervento diretto a ridefinire in termini ipoteticamente diversi l’elemento soggettivo del reato, in conformità alla corretta configurazione giuridica della fattispecie del capoverso dell’articolo 434 cod. pen. e a quanto recentemente puntualizzato dalla citata Sez. U, n. 38343 del 24/04/2014, Espenhahn, non potrebbe comunque prescindere, in riferimento anche ai rilievi di cui ai precedenti paragrafi 8.3 e 9.3.1, da una approfondita rivalutazione fattuale dell’intera vicenda, di specifica pertinenza del giudice di merito, in sede di giudizio di rinvio (precluso per le ragioni già dette).

10. I motivi dell’imputato relativi al capo A.

Analoghe sono le considerazioni da fare con riguardo alle censure articolate dall’imputato in relazione alla dichiarazione di prescrizione per il reato al capo A), in luogo di una sua assoluzione nel merito, ed afferenti nella sostanza a carenze della motivazione la cui rilevanza non risulta decisiva per una assoluzione ai sensi dell’articolo 129 cod. proc. pen., comma 2 non consentendo le ricostruzioni e le valutazioni complessivamente effettuate dai giudici di merito in relazione alle condotte a tale titolo contestate alcuna constatazione dell’esistenza delle condizioni per un tale esito.

11. I motivi dell’INPS in ordine al capo A) e le doglianze ulteriori delle parti civili.

Considerazioni più articolate devono farsi invece per le censure con cui la parte civile INPS contesta che il reato di cui al capo A) potesse dichiararsi prescritto perchè consumato alla data di cessazione della condotta.

La premessa che da ingresso a tale esame sta nel rilievo, in linea teorica condivisibile per ragioni simili a quelle esposte al par. 6.3., che nell’ipotesi di reato aggravato dall’evento la consumazione s’arresta con la realizzazione di questo (Sez. 1, n. 2181 del 13/12/1994, Graniano, cit.).

Perciò, ove si discutesse effettivamente di una ipotesi di omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro aggravata dall’essere da tale condotta derivati uno o più infortuni, potrebbe fondatamente dubitarsi della correttezza dell’impostazione che considera il reato consumato al momento di esaurimento della condotta anzichè al verificarsi degli infortuni ad essa causalmente collegati.

11.1. Tuttavia ciò che ha determinato nella sentenza impugnata il rigetto della domanda della parte civile INPS, così come della domanda dell’INAIL, è stata la osservazione, assorbente, che il nesso di causalità tra l’insorgenza e la manifestazione delle singole malattia-infortunio e la condotta dell’imputato non era oggetto del giudizio, coinvolgendo accertamenti “pacificamente non effettuati nell’ambito del presente procedimento (nè, del resto, materialmente effettuabili …), poichè i fatti lesivi concernenti i singoli individui (lavoratori o cittadini) non costituiscono gli eventi dei reati oggetto del presente procedimento, bensì manifestazioni di quell’evento unitario e ben più ampio (il disastro) riferibile a gruppi di persone considerati nel loro insieme come popolazioni (di lavoratori e cittadini), non come individui”.

Su tale assunto si è ritenuto non apprezzabile il presupposto fattuale consistente nella insorgenza di una malattia professionale come conseguenza di esposizione all’amianto cui andava collegata l’azione risarcitoria esperita dall’INPS nei confronti degli imputati, per l’avvenuta erogazione di benefici contributivi e pensionistici in ragione di malattie professionali asbesto-correlate, ai sensi alla L. n. 257 del 1997, articolo 13, comma 7. Così come, e a prescindere dalla rilevata fondatezza delle deduzioni della difesa di imputato e responsabili civili in ordine alla legittimazione dell’Istituto ad agire per il risarcimento delle prestazioni erogate ai sensi della L. n. 257 del 1997, articolo 13, comma 7 si è osservato che, per le medesime ragioni, nessun accertamento era stato effettuato neppure sul presupposto fattuale (esposizione all’amianto per un periodo superiore a dieci anni) contemplato da detta norma.

11.2. A fronte di tale motivazione, il ricorso INPS oppone: che ai fini sia della data di consumazione del delitto di cui all’articolo 437 cod. pen., comma 2 sia del riconoscimento delle sue pretese risarcitorie, l’evento considerato (ex articolo 84 cod. pen.) alla stregua di aggravante, consisteva nell’accadimento di un “disastro non dissimile da quello dell’articolo 434 cod. pen. per il quale la stessa Corte di appello aveva dichiarato la permanenza in considerazione della latenza del fattore patogeno”; che d’altro canto la stessa Corte aveva riconosciuto che il fenomeno epidemico causalmente associato all’immutatio loci e imputabile alla condotta degli imputati, costituiva non una manifestazione secondaria, ma un elemento costitutivo del reato ancora in atto; e (ma con considerazioni assolutamente generiche) che l’istruttoria dibattimentale aveva, in realtà, esteso il proprio ambito ben oltre il nesso di causalità generale, coinvolgendo attraverso l’indagine epidemiologica anche posizioni individuali dei singoli lavoratori.

Si tratta, come appare evidente, di censure che non consentono di superare il rilievo che il reato di cui all’articolo 437 cod. pen. nell’economia della contestazione e nella ricostruzione dei giudici di merito non è stato considerato aggravato dai singoli eventi infortuni ma dall’evento-disastro interno (limitato ai lavoratori): in relazione alla cui definizione e alla relativa, e preclusiva, collocazione temporale non può che rimandarsi – anche a superamento dei rilievi concernenti la dedotta risarcibilità delle erogazioni effettuate per la semplice esposizione all’amianto e la dedotta possibilità di pronunciare condanna risarcitoria generica – a quanto detto a proposito dell’articolo 434 cod. pen..

11.3. Esclusa, in definitiva, la possibilità di considerare i reati, così come contestati e ritenuti, consumati oltre i tempi per ciascuno rilevanti ai fini del decorso del termine della prescrizione anteriormente alla sentenza di primo grado (13 agosto 1999 per il capo A, 13 febbraio 1997 per il capo B) e richiamate le osservazioni di cui al par. 9, non può non derivarne che l’estinzione dei reati per decorso del tempo prima di detta sentenza preclude, ai sensi dell’articolo 538 cod. proc. pen., l’esame di qualsivoglia doglianza delle parti civili, con la conseguenza che i ricorsi di INPS, INAIL e di Ca.Ma.           devono essere rigettati.

D. Conclusioni.

12. Segue a quanto osservato che la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio nei confronti dell’imputato Sc.St.Er.                relativamente al reato di cui all’articolo 434 cod. pen. di cui al capo B) della rubrica, e alle conseguenti statuizioni di condanna nei confronti di tale imputato e dei responsabili civili, perchè il reato è estinto per prescrizione maturata anteriormente alla sentenza di primo grado.

I ricorsi delle parti civili INAIL, INPS e Ca.Ma.           devono essere quindi rigettati, con condanna degli stessi al pagamento pro quota delle spese processuali del presente grado di giudizio.

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