Il tetto stipendiale al vaglio della Corte Costituzionale: commento a Consiglio di Stato – sez. V – ordinanza del 5 maggio 2021 – n. 3503

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Commento a cura della Redazione di IURA NOVIT CURIA ©

 

Una dotta ordinanza del Consiglio di Stato solleva questione di legittimità costituzionale rispetto alla disciplina del tetto stipendiale per i pubblici dipendenti.

In particolare, nel complesso reticolo normativo che definisce il tetto stipendiale vanno attenzionati:

 

l’art. 23-ter D.L. n. 201/2011 secondo cui: «Con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, previo parere delle competenti Commissioni parlamentari, entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, è definito il trattamento economico annuo onnicomprensivo di chiunque riceva a carico delle finanze pubbliche emolumenti o retribuzioni nell’ambito di rapporti di lavoro dipendente o autonomo con pubbliche amministrazioni statali, di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni, ivi incluso il personale in regime di diritto pubblico di cui all’articolo 3 del medesimo decreto legislativo, e successive modificazioni, stabilendo come parametro massimo di riferimento il trattamento economico del primo presidente della Corte di cassazione. Ai fini dell’applicazione della disciplina di cui al presente comma devono essere computate in modo cumulativo le somme comunque erogate all’interessato a carico del medesimo o di più organismi, anche nel caso di pluralità di incarichi conferiti da uno stesso organismo nel corso dell’anno». (Le risorse rivenienti dall’applicazione delle misure di cui alla predetta norma sono annualmente versate al Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato;

l’art. 13 del d.-l. n. 66 del 2014 a sua volta ove dispone, al comma 1, che: «A decorrere dal 1° maggio 2014 il limite massimo retributivo riferito al primo presidente della Corte di cassazione previsto dagli articoli 23-bis e 23-ter […] è fissato in euro 240.000 annui al lordo dei contributi previdenziali ed assistenziali e degli oneri fiscali a carico del dipendente. A decorrere dalla predetta data i riferimenti al limite retributivo di cui ai predetti articoli 23-bis e 23-ter contenuti in disposizioni legislative e regolamentari vigenti alla data di entrata in vigore del presente decreto, si intendono sostituiti dal predetto importo. Sono in ogni caso fatti salvi gli eventuali limiti retributivi in vigore al 30 aprile 2014 determinati per effetto di apposite disposizioni legislative, regolamentari e statutarie, qualora inferiori al limite fissato dal presente articolo».

 

 In sintesi, l’ordinanza in commento sostiene che a parità – “identità” – di funzioni si verifica una discriminazione per cui un giudice (pubblico dipendente) non è più retribuito per la parte eccedente il predetto tetto, mentre un suo collega (“a lavoro principale, privato”) percepisce il giusto corrispettivo per ogni attività espletata.

La ordinanza tuttavia non convince.

La pretesa – e vibratamente sostenuta – disuguaglianza mostra un rilevabile vizio logico del ragionamento che la sostiene richiamando la identità di attività contenziosa espletata, per affermare, come sopra indicato, la medesimezza della situazione che, per contro, è dissimile se correttamente inquadrata, non solo sotto il profilo soggettivo, ma, soprattutto, nella sua complessiva entità.

Occorre, infatti, misurare la equità della condizione di due giudici eventualmente retribuiti per la stessa mansione in modo diverso, centralizzando il rilievo che la magistratura tributaria ha nella sua formazione (il pregio o il difetto) di costituirsi come corpo giudicante variamente provvisto, talché è nella norma che in uno stesso Ufficio, o – come nota l’ordinanza –in uno stesso Collegio, siedano giudici di differente estrazione e con profili retributivi disomogenei ancorché svolgenti funzione uguale.

Le due realtà sono dunque incomparabili: come il giudice di estrazione pubblicistica non si può rapportare a quello che ha una sostrato e uno sfondo retributivo diversificato, così quello con DNA privatistico, non può certo ottenere quelle tipiche qualificazioni retributive e previdenziali, che costituiscono il nucleo “proprio” del pubblico impiego.

Fuori sesto è infine il richiamo alla gratuità delle attività espletate extra tetto stipendiale: più il pubblico dipendente assume incarichi – raggiunto l’apice stipendiale – più, in razionale e solidaristica corrispondenza, si livella (proporzionalmente al ribasso) la quota unitaria della retribuzione, per ciascuna attività espletata.

A tacer poi della circostanza (a valenza anti-concentrativa) che la raggiunta soglia massima, può innescare un benefico effetto di allargamento della platea – e quindi delle professionalità – utilizzabili.

 

 

Leggi il testo dell’ ordinanza : “Va sollevata questione di legittimità della normativa sul c.d. tetto stipendiale per i giudici tributari, pubblici dipendenti, la cui prestazione, oltre quel limite, non è retribuita, a differenza di quella dei colleghi che non rivestono lo status di pubblici dipendenti” Consiglio di Stato – sez. V – ordinanza del 5 maggio 2021 – n. 3503